La chiave di volta del film “12 anni schiavo” #BloggyHorrorPictureClub

di Nello Barile
La chiave di volta del film 12 anni schiavo, altro capolavoro del geniale S. McQueen (2013), è certamente il violino: segno dell’estensione del dominio dall’ambito lavorativo a quello ludico, ma anche strumento d’emancipazione dei neri attraverso lo spettacolo, che anticipa l’integrazione/sfruttamento massivi da parte dell’industria culturale americana nella seconda metà del novecento. Il compagno di viaggio durante la deportazione è molto chiaro: dice a Solomon Northup di volare basso, di nascondere il suo ingegno, la sua alfabetizzazione, ma l’altro non lo ascolta e, quasi incontenibilmente, fa di tutto per guadagnarsi il disprezzo dei suoi padroni. Difatti non cessa di mostrare le sue doti, la sua operosità, il suo ingegno, in altri termini il suo indiscutibile talento. Nasconderlo sarebbe un sopruso ontologico, ancor più essenziale di quello che con un inganno gli ha sottratto la libertà.

Il film colpisce per il tremendo realismo che letteralmente sviscera il dolore delle popolazioni afroamericane, nel corso di una stagione dolorosa e immonda. Unico sollievo alla violenza e alla sopraffazione è ciò che il genio immaginifico del regista riesce a immortalare tramite una fotografia sognante: i salici nella palude o il frame surreale di Solmon che resta appeso in punta di pieni al cappio, mentre il tempo è sospeso e intorno si squaderna la normalità del quotidiano. La camera mette a nudo l’essenza di un potere che, al di là di specifici profili psicologici, reagisce in modo unisono e automatico. Nonostante siano evidenti le doti speciali del protagonista, il dispositivo di potere non può riconoscerle e farà di tutto per sopprimerle. Non perché un “negro” non possa necessariamente integrarsi. La moglie del vicino, che ogni tanto riceve visite dalla schiava Patsey, è riuscita a emanciparsi sposando il suo padrone. Inaudito invece è infrangere il dominio facendo leva su doti che, se riconosciute, metterebbero in scacco la logica di funzionamento del sistema.

Particolarmente dolorosa e incomprensibile è la frustrazione che proviene da questo meccanismo di premialità inversa: quanto più fai, tanto peggio devi essere trattato. L’unica competenza “extra” riconosciuta a Salomon è quella musicale. Un po’ perché essa attiene a un certo innatismo poi tradotto nello stereotipo nero-ritmo-musica. Un po’ perché all’epoca, direbbe D. Sassoon, i musicisti in casa erano l’equivalente dei più recenti stereo, lettori CD, ecc.: meri dispositivi di riproduzione sonora. Per questo il violino è un oggetto così prezioso. È il punto d’applicazione dell’egemonia bianca, ma anche il feticcio che tutela la sopravvivenza tattica dell’identità subalterna. Lo ottiene come omaggio da parte di un padrone “buono” ma che, alleviando la sua sofferenza, non fa altro che perpetuare il suo stato di sottomissione. Altro potente feticcio sono i ceppi, le catene e le maschere che esprimono la brutalità di una sottomissione totale di quei corpi. Come Salmon anche Patsey è sovra-sfruttata: lavora nei campi, è la più efficiente nella raccolta del cotone, deve soddisfare i desideri del suo padrone, deve ballare e subire le vendette della moglie del padrone. Un circuito del dolore che si chiude con l’epitome della flagellazione finale, in cui Solmon è costretto a frustare a sangue Patsey. Il trauma apre uno squarcio nella routine della vessazione: Solmon decide impulsivamente di fare in mille pezzi il suo violino e solo allora, come per miracolo, un bianco illuminato lo salverà da un destino apparentemente inesorabile.

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