STILOGRAFIE #BloggyHorrorPictureClub

Conosco Lucio Saviani da molti anni. E’ tra i non più giovani ma giovanissimo filosofo della scuola napoletana, tra le migliori che io abbia incontrato. Saviani va continuamente in giro a filosofare come un menestrello. Mi ha mandato questo testo e – magari proprio in quanto non poco eccentrico – mi fa molto piacere che lo leggiate.

saviani

Lucio Saviani

STILOGRAFIE. L’incisione e la trama velata: istologia del desiderio

Non apparirà, come si suole, all’improvviso, né caduto un ultimo velo; spunterà di tanto in tanto, trasparirà interposta, dietro e davanti a un velo. Apparirà ‘solo’ una questione di stile. Ma si presenterà, appunto, con stile: inapparente eppure incisiva, distinta, stilizzata; si rivelerà inappuntabile, con discrezione, sfumature, velature…

*

La differenza tra erotismo e pornografiaè già velata di differenze, velata d’antico, d’‘epoca’, di sospensioni, d’altri ‘tempi’: una congiunzione “interposito vilo”.

Guardato a distanza, erotico è già ‘differenza’; nell’erotico è all’opera il complicato rapporto, da complici, dell’assenza e della presenza, il gioco della rappresentazione e del riferimento; il difficile riferirsi dello sguardo e della sua scrittura, che ne manifesta la presenza e, allo stesso tempo, dice la propria assenza.

Tessuto trasparente, il testo erotico è differenza messa in opera; in quanto separazione, è allontanamento e, allo stesso tempo, allontanamento dal lontano; l’enigma velato della prossimazione: il differimento del piacere e il piacere come attesa e differimento, le rivelazioni nel racconto dei corpi, tracce e scoperte della seduzione, il desiderio con i suoi oggetti e i suoi supplementi, il velare e rivelare nella distanza dello sguardo. In un unico, paradossale, gesto: la ‘messa a distanza’.

*

Con la parola dei filosofi, l’actio in distans.

Guardare, mettere a distanza il fondo toccando la superficie, attingere la verità senza mai toccare, traguardare, il fondo… Il fondo può essere guardato, raggiunto, solo grazie a una superficie trasparente, mediante cui apparire: non è mai sottomano, né a prima vista. Così il fondo è da raggiungere, svelare, avanzando o scavando. Un po’ come la verità…

Il fondo dice, allora, anche la superficie: superficie e fondo si rendono a vicenda, uno dà conto dell’altra: ritorno redditizio.

Si è come davanti ad una esposizione inapparente, una occulta messa a disposizione. È il rapporto segreto, clandestino – in un paradossale dinamico ‘stato’ d’emergenza – tra la figura e lo sfondo di impercettibile evidenza (come nella Lettera rubata di Poe-Lacan), la loro reciproca messa a distanza, il reciproco differirsi che traspare ogni qual volta, ancora con la parola dei filosofi, si oppongono “coincidendo” (Cusano, Bruno, Schelling…).

Eppure, l’actio in distans dei filosofi sospende un altro velo.

*

Nel suo corrispondere all’invitante presenza-assenza dell’essere che si dispensa e si sottrae, l’originario potere metaforico della poesia rivela “la parola come svelare e occultare”. La teoria umanistica del velamen: la parola poetica rivela la realtà che giace sotto un velo e che, portata alla luce, permette alla cosa di apparire. L’arte del creare metafore – di nuovo, un differimento di senso – è, secondo Aristotele, l’originario potere di “trasferire” e si esercita svelando le relazioni tra le cose: la metafora “scopre qualcosa che prima non era visibile, lo mette in luce, nasce dal bisogno di vedere: proprio ciò che non è ovvio deve apparire a mezzo del ‘translato’”.

Che l’essere non si identifica mai con le cose finite, ma si rivela e si nasconde nelle cose lascia riconoscere in ogni singola cosa una metafora dell’essere; ciò richiede che ogni singola cosa sia considerata come un velamen sotto il quale l’essere ‘è nascosto’ e, insieme, ‘si disvela’.

Al gioco del velare e rivelare, dell’assenza e della presenza in cui la verità, celandosi, si manifesta e, offrendosi, si ritrae corrisponde, come è noto, un antico racconto “erotico” della filosofia, anzi la filosofia come discorso erotico.

*

Nel Simposio platonico Socrate racconta quanto ha sentito dire da Diotima, sacerdotessa sapiente in materia d’amore. Centrali nel racconto sono le parole di Diotima “Eros è filosofo” (Erota philosophon): sostenere la natura filosofica dell’Eros significa affermare il carattere erotico e demonico della filosofia. Tuttavia, in un racconto meno noto, incompiuto e firmato da Kierkegaard, (De omnibus disputandum est), viene svelato il carattere demonico della stessa erotica philìa che la filosofia rivela, e nasconde, nel nome: colpisce e ammorba come una malattia mortale, un desiderio insano, un cupio dissolvi, un morbo dello spirito che contagia – anche a distanza, da cui bisogna “tenersi a distanza” (altro senso differito dell’actio in distans dei filosofi) – chiunque desideri toccare, al di là delle superfici, il fondo ultimo delle cose.

Un possibile nome di tale malattia: “sofofilìa”.

*

Fin qui, filigrane dell’erotico. Trame delle sue iscrizioni. Ma in siffatta scena, di cosa la pornografia si presenta come incisione, scrittura?

“L’oscenità tradizionale ha ancora un contenuto sessuale di trasgressione, di provocazione, di perversione; fa leva sulla rimozione con una violenza fantasmatica sua propria. Questo tipo di oscenità scompare con la liberazione sessuale: la ‘desublimazione repressiva’ di Marcuse è passata di qui (anche se non è entrato nel costume, il trionfo mistico della liberalizzazione, come un tempo quello della repressione, è totale). La nuova oscenità, come la nuova filosofia, si erige sul terreno di morte della vecchia e assume un senso differente. Non fa leva su di una violenza del sesso, su una posta in gioco reale di sesso, ma su un sesso naturalizzato dalla tolleranza. Il sesso viene ‘reso’ oltraggiosamente, ma è il reso di qualcosa che è stato sottratto (…) Vi si ‘dà di più’… che non avete più niente da aggiungere, cioè da dare in cambio. Repressione assoluta: dandovi un po’ troppo, vi amputano di tutto. Diffidate di quanto vi viene ‘reso’ così bene, senza che voi l’abbiate mai dato! (…) C’è un’altra cosa, allora, che vi affascina (ma non è più seduzione): la perfezione tecnica, l’‘alta fedeltà’, altrettanto puritana e ossessiva di quell’altra, la coniugale, ma in questo caso non sappiamo neppure più a quale oggetto essa sia fedele, perché nessuno sa dove il reale comincia e dove finisce, e quindi neppure conosce la vertigine di perfezione che si ostina a riprodurlo”

(J. Baudrillard, Della seduzione)

La pornografia consuma il suo proprio oggetto, lo rende più reale del reale, privandolo di seduzione. Lo si vede troppo da vicino, scorgendovi ciò che non si era mai visto. Troppo vero, e troppo vicino, per essere vero: la distanza dello sguardo lascia il posto a una allucinazione del particolare, ad una rappresentazione istantanea ed esasperata. Una visione che “conduce una caccia spietata contro la seduzione a forza di visibilità”.

Sembra ‘incantarsi’, sospendersi, l’eterno gioco di fondi e di superfici, quel movimento seduttivo del trasparire e del lasciar apparire. Il distanziamento, l’abisso della distanza, l’allontanamento dal lontano (l’actio in distans) sono scomparsi. Sembra che ci si avvicini, invece, a un fondo senza superfici e dunque anche senza fondo. Avvicinarsi sembra anzi un falso movimento. Ciò che è in superficie è il fondo: una superficie-fondo.

Nell’evidenza terroristica del corpo, le apparenze non hanno più segreti.

*

“Giacché non ci concede affatto il bello, o ce lo concede solo una volta, la non divina realtà! Voglio dire che il mondo è stracolmo di cose belle, ma che ciononostante è povero, molto povero di attimi belli e disvelamenti di siffatte cose. E forse è questa la più potente magia della vita: c’è su di essa, intessuto d’oro, un velo di belle possibilità, colmo di promesse, di ritrosie, di pudori, di irrisioni, di pietà, di seduzione. Sì, la vita è donna! (…) Temo che certe donne invecchiate siano nell’angolo più segreto del loro cuore più scettiche di tutti gli uomini: credono alla superficialità dell’esistenza, come fosse la sua sostanza medesima, e ogni virtù e profondità è per loro solo un velame di questa ‘verità’, il velame assai desiderabile di un pudendum: una questione – quindi – di buona creanza e pudore, nulla di più!”

(F. Nietzsche, La gaia scienza)

“La ‘verità’ non sarebbe altro che una superficie, e non diventerebbe verità profonda, nuda e cruda, desiderabile, che per effetto d’un velo: che cade su di lei. Verità non sospesa da virgolette, e che ricopre la superficie d’un moto di pudore. Basterebbe sospendere il velo o lasciarlo cadere in altro modo perché non si dia più verità o solo la ‘verità’ – scritta così. Le voile/tombe (il velo cade; il velo/tomba)”

(J. Derrida, Sproni)

Una questione di buona creanza, quindi, o di stile.

Ma è uno stile del tutto particolare quello che traspare nell’idea nietzscheana di verità come stratificazione di superfici o “superficie di superficie”. Leggendo Nietzsche, e scrivendo tra i frammenti nietzscheani che esibiscono la complicità tra la donna, la vita, la seduzione, il pudore e tutti gli effetti di “velo”, Derrida ricorda che il problema dello stile è sempre la valutazione di un oggetto acuminato. Di una piuma, di una penna, ma anche di uno stiletto, o magari di un pugnale. Rostro, sprone, punta tagliente, graffiante; graphos. Stilando un tale arsenale, si iscrivono i nomi di strumenti che segnano, marcano, incidono, attaccano ma anche che proteggono e tengono a distanza la minaccia di una forza, ripiegando dietro dei veli: “minaccia terrificante, accecante, e mortale di ciò che si presenta, si mostra ostinatamente: la presenza, dunque, il contenuto, il senso, la verità – a meno che, in tutto questo disvelarsi della differenza, non si tratti già di abisso deflorato”.

Nessuna messa a distanza, nessuno stile, nella grafia dei corpi trafitti da uno sguardo letteralmente aspirato dal vuoto della trasparenza o aperto da un velo strappato in nome della trasparenza di un desiderio o di una verità.

Commenti

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>