Hannibal che cucina la carne del mondo #BloggyHorrorPictureClub

di Vito De Biasi

Hannibal - Season 1Hannibal Lecter, il famoso psichiatra cannibale della letteratura e del cinema, è tornato, questa volta come protagonista/antagonista di una serie televisiva che porta il suo nome. Secondo il funzionamento dell’industria culturale attuale, che si nutre e riproduce sempre a ri-partire da sé, da quello che ha inglobato e prodotto prima, Hannibal si presenta come una rimediazione della storia del mostro per produrre un racconto altro, una variante che rispetto al formato e al linguaggio cinematografico offre visioni più ricche, impossibili da realizzare al cinema.

La forte differenza dell’Hannibal seriale, rispetto a quello cinematografico, è proprio nella possibilità data al personaggio di esprimere la quantità numerica del suo uccidere, che si riproduce proprio nella successione delle puntate, arrivate già alla seconda stagione negli Stati Uniti. Una quantità che si trasforma presto in qualità: rispetto agli episodi cinematografici che hanno riguardato Hannibal, che tracciano un vero e proprio andirivieni temporale della trama, la serie tv semplifica e circoscrive l’arco temporale e si concentra invece su quegli aspetti che il cinema deve trascurare, a causa delle intrinseche esigenze di economia dell’intreccio. Il formato televisivo, che rispetto a quello cinematografico si sviluppa proprio sulla dispersione di una trama, su un dispendio invece che su un risparmio, può quindi mostrarci lo psichiatra cannibale che si concede più e più volte al suo unico godimento, quello di cucinare e mangiare le sue vittime, spesso condividendole con ignari commensali. Persino nella passione violenta di Hannibal troviamo delle differenze tra racconto cinematografico e televisivo: se nei film Lecter è un antagonista, e il suo cannibalismo si mostra come necessariamente feroce e spaventoso per lo spettatore, con il conseguente effetto moralizzante, nella serie tv non lo vediamo mai mordere o sbranare gli altri, lo vediamo farne ingredienti per performance culinarie di alto livello, come quelle che vediamo negli show cooking di Eataly o nelle trasmissioni televisive con chef superstar.

Il cannibalismo di Hannibal, nel passaggio dal linguaggio del cinema a quello della tv, non è più atto criminale eccezionale, ma attività quotidiana, routine estetizzata, che rivela la ricca ambiguità del racconto seriale rispetto a quello esemplare del cinema. Le scene di preparazione dei piatti, dove non sempre si distingue l’origine della carne che Hannibal sta curando per il suo e il nostro piacere, sembrano sempre troppo brevi, talmente sono seduttive. Vorremmo vedere di più, proprio come succede nelle scene di sesso o di violenza, perché nella linea del racconto questi intermezzi culinari sono la rottura della continuità, la dépense, il lusso che ci concediamo al di fuori del tempo scandito della fabula: sono scorciatoie per arrivare ai sensi, piacere corporeo dello scrutare l’ombra. Hannibal fa haute cuisine con le sue vittime: del resto dopo le migliaia di carneficine, secondo tutti gli stili e le modalità immaginate in tutti i film e le serie tv da cui siamo stati educati, che cos’altro si può fare dei corpi oggi, se non oggetto di sublimazione materiale, alta cucina? Rispetto ai classici del genere serial killer, una serie tv su Hannibal si presenta così come la maniera, la variante virtuosa e dispendiosa, il passo molto al di là di un perfezionamento raggiunto e superato. Più che per il genere serial killer, Hannibal diventa interessante da osservare sotto la lente dell’appassionamento culinario di oggi, quel cibo come moda della comunicazione e del consumo alimentato da fenomeni sociali e mediali come Eataly, o Masterchef, o il food porn che compare nei blog e nelle pagine web, che titilla l’occhio per arrivare altrove.

hannibalI piatti umani di Hannibal hanno lo stesso splendore delle carni ad alta definizione dei siti di food porn, dove il cibo è messo in forma secondo gli stessi codici estetici con cui vengono mostrati i corpi delle modelle, o le pelli delle borse. Grazie alla sua patina luminosa (glamour), questo porno-cibo diventa desiderabile come un corpo, non come un alimento. È in questa sublimazione che troviamo il suo passaggio da nutrimento a strumento spettacolare: è lo stesso che accade in Masterchef o negli show culinari nei food store di lusso delle città, dove l’importanza del cibo messo in scena non risiede più nel suo valore nutrizionale, energetico, ma in quello estetico, che sappia stimolare un desiderio generalizzato, onnivoro, grazie al quale diventa possibile mangiare un’opera d’arte. Le stesse scene che vedono Hannibal nelle vesti di masterchef non sono horror, perché in uno scenario di godimento dell’indifferenziato le sue non sono carneficine, ma design della carne.

Lo splendore di un cibo sublimato, del quale non abbiamo più tanto bisogno in una società dell’abbondanza e della sazietà, mostra però la sua parte d’ombra nelle cronache sull’estinzione delle specie animali e vegetali che finora ci hanno nutriti, nei resoconti ansiogeni dei quotidiani e dei tg che parlano di una spesa alimentare che si va riducendo, indicato come il segnale più tangibile di una crisi economica che riavvicina lo spettro della fame. Non a caso il tema di EXPO 2015 è riassunto nel titolo Nutrire il pianeta, energia per la vita, che vuole indicare al tempo stesso una presa di coscienza e un segnale di allarme: dal nutrimento esclusivo di sé l’uomo passa al volere/dovere curare un pianeta giunto all’esaurimento, proprio perché da questa cura dipende la sua sopravvivenza. Nel sito ufficiale di EXPO 2015 campeggiano due domande essenziali: “È possibile garantire cibo e acqua alla popolazione mondiale? È possibile aumentare la sicurezza alimentare?”: il focus di una ricerca, il punto di partenza di una riflessione collettiva sembra rivelare nel tono un panico sottile, una domanda di salvezza. Dallo spettacolo del consumo l’Esposizione Universale sembra giunta quindi nella sua fase decadente allo spettacolo della scarsità, alla necessità di rendere raccontabile e mostrabile la questione dell’alimentazione e la paura che nutrirsi diventi impossibile.

Nel discorso collettivo contemporaneo, sospeso tra nausea dell’abbondanza di alcuni e ritorno alla fame di altri, Hannibal diventa una metafora interessante, perché evoca in forma spettacolare, ma domestica, la vita dell’homo homini lupus, dove il simile non è più il simile, ma l’altro, il predatore concorrente alla conquista di beni scarsi. Quando una fame che non conosciamo o non vogliamo più conoscere torna familiare, la metafora di Hannibal sembra una risposta perversa alla nostra disperata domanda di salvezza: chi mangeremo, una volta consumato il mondo?

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