Fantasmi della modernità (di Sergio Brancato) #BloggyHorrorPictureClub

Pubblico qui questo estratto dall’introduzione di Sergio Brancato al suo nuovo libro Fantasmi della modernità. Oggetti, luoghi e figure dell’industria culturale (Ipermedium). Buona lettura!

I capitoli di questo libro trattano di oggetti, luoghi e figure del crepuscolo della modernità. In ognuno di essi ritroviamo il riemergere costante del termine “fantasma”. È una parola che si è introdotta quasi in maniera inconsapevole nel lessico del lavoro scientifico compiuto in questi anni, simile – appunto – a una sorta di spettro che sembra richiamare uno stato d’animo governato da significati “altri”. D’altra parte, la metafora dello spettro è tipica dei processi di modernizzazione, ben prima dell’impatto devastante della rivoluzione industriale sulle forme storiche del neolitico. La ritroviamo sugli spalti di Elsinore, nel fantasma del padre di Amleto che spinge il figlio alla vendetta e alla follia. Ma la ritroviamo anche, meno esplicita, in un altro grande testo di fondazione della modernità, quel Don Chisciotte che per Alfred Schutz attraversa anch’egli, come Amleto, i territori della follia al fine di conseguire una soluzione al problema del principio di realtà nel transito verso una nuova epoca.

Amleto contiene in sé – almeno in nuce – le future prospettive del genere della ghost story nella misura in cui anticipa l’inquietudine del fantasma in relazione alla configurazione identitaria del soggetto moderno. Di lì in avanti, attraverso Walpole, James e fino alle recenti tv-series di successo come Ghost Whisperer (2005-2010), lo spettro diviene compiutamente il geroglifico sociale dell’esperienza collettiva della modernità industriale. Un segno, cioè, che rimanda al complesso corpus del rimosso soggiacente il termine Das Unheimliche, il “perturbante”, che Freud adotta per definire il sentimento della paura indotto da qualcosa che è al contempo familiare ed estraneo, ovvero dentro una situazione che confonde il soggetto in merito alla sua capacità di orientarsi nel mondo e dunque di riconoscerlo in maniera compiuta . Non a caso, Das Unheimliche si può tradurre anche con “spaesamento”.

Da Amleto al Bruce Willis de Il sesto senso, il fantasma tende a riguardare con costanza la sfera della follia (il “diverso” che incarna un sentimento anti-sociale e dunque anti-moderno). Questo perché il fantasma è sempre stato associato alla temporalità, all’idea di un transito che produce immagini trascorse e consumate: immagini che per questo motivo mettono in crisi la produzione del senso moderno, che si afferma estendendosi retroattivamente come fondamento del proprio stesso passato. Ma se il fantasma nasce da un occhio rivolto al passato, frutto della crisi romantica dell’umanesimo, le attuali figure dell’immaginario sembrano volgere lo sguardo altrove, incarnando una sensibilità che non possiamo limitarci a definire soltanto “non più moderna”, ma forse perfino “non più umana”. A differenza degli spettri del passato, lo zombie appare la definizione del mutamento culturale attraverso la “morte in azione” sul corpo delle soggettività moderne. In questa prospettiva cogliamo in esso – nella sua esibita putrescenza formale – la fine del soggetto che ha abitato la modernità dando vita all’idea di umanità su cui si sono imperniate le grandi narrazioni ed i conflitti di culture per un ampio arco di tempo.

Tutto sembra cambiato. Il fantasma abita le rovine onnipresenti nei panorami mentali dell’individuo industriale, immagine di una colpa immanente, corpo disincarnato che conferma l’ineluttabilità della morte interrogandoci sull’edificazione sociale dei significati che, attraverso il costrutto delle immagini, attribuiamo alla vita . Ma se il fantasma rimanda ancora alla grande questione della malinconia del soggetto moderno, il suo esito più recente sul piano dei processi simbolici legati alla morte rimette tutto in discussione. Cadavere pervenuto a una parvenza di vita, corpo deambulante che ritorna alla condizione della carne, icona più pregnante della condizione post-umana, lo zombie espelle da sé la valenza malinconica dell’immagine – il suo rimandare ad altro, la sua qualità spirituale – e si manifesta nel trionfo della materia organica sullo spirito. L’evanescenza dello spettro non gli appartiene più: il morto vivente, il morto che cammina tra le reliquie rovinose del mondo industriale, è la nuova inquietudine di un tempo che rifonda la cultura del moderno fino alle radici dell’immaginario.

Sergio Brancato

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