Million dollar baby: la crisi del mito del Maestro-Padre

Ho pensato di postare questo intervento dell’amico Andrea Malagamba su un film già da tempo noto e celebrato come Million Dollar Baby per una ragione legata alla cronaca di questi giorni.
Non perché si parla di nuovo molto di Clint Eastwood come regista di un film appena uscito nelle sale, Jersey boys, che racconta la storia dei “Four Seasons”, band pop rock degli anni sessanta, o perché il medesimo riappare ben “restaurato” nell’abito ormai mitico di attore-protagonista della “trilogia del dollaro” di Sergio Leone.
Eventi tutti e due che, per lo spettatore, hanno comunque il sapore di un “memento mori”. Devo invece l’occasione di pubblicare il testo di Malagamba a Nicoletta Tiliacos, la quale seppure indirettamente ha toccato sul Il Foglio il tema dell’eutanasia nel commentare le diverse reazioni – di attesa o rinuncia – seguite alla notizia di un primo segno di risveglio di Schumi dal coma in cui è stato mantenuto in modo puramente artificiale. Vegetativo? Così si dice, ritenendo che la vita sia solo quella umana, al massimo quella animale, oppure credendo che le piante, prive in tutto della parola, non soffrano?

Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito.
Lc. 23, 46.

Immediatamente affiancato a Mare dentro e Le invasioni barbariche, Million dollar baby non può non apparire a chiunque esca dalla sala come un film sull’eutanasia. E l’eutanasia è certo un nodo centrale, l’atto conclusivo della vicenda narrata, ma non credo che sia l’argomento del film, vale a dire il problema rispetto al quale si chiede allo spettatore di prendere posizione. Nella pellicola di Eastwood, la questione dell’eutanasia lavora piuttosto alla messa in crisi di una figura centrale del cinema marziale americano, quella del maestro-padre, rappresentata esemplarmente dal sig. Miyagi in Karate kid (1984).

Il giovane Daniel Larusso, come prima di lui Rocky (Rocky I – 1976), non ha padre, e trasferitosi in una nuova città, incappa in una banda di giovani rampolli votati al karate e guidati da un sensei senza scrupoli che impone loro il suo comandamento: “Uccidi!”. Dopo averlo soccorso dai suoi aggressori, Miyagi decide di insegnare a Daniel il karate, e lo spettatore assiste a un’adozione in piena regola, con tanto di prediche, preziosi consigli, e regali (addirittura una macchina nel giorno del sedicesimo compleanno del ragazzo). La madre di Daniel esce gradualmente di scena, e Miyagi si rivela da subito un buon maestro non solo in quanto opposto ad un altro chiaramente “cattivo” e perché perfettamente in grado di insegnare il karate, ma soprattutto per la sua capacità di riscattare la vita dell’allievo-figlio: “il karate non serve solo per torneo ma per tutto”, spiega Miyagi sottolineando la perfetta coincidenza tra karate e vita. Vincere il campionato di All Valley significherà allora per Daniel conquistare il rispetto dei coetanei, l’amore di Ali, ma soprattutto raggiungere il proprio equilibrio. Le ultime battute di Daniel non potranno essere che per Miyagi: “Miyagi ho vinto, ci siamo riusciti, ce l’abbiamo fatta!”

The Karate Kid (1984)

Se è vero il detto “analista-mamma”- d’altra parte Daniel non paga il suo allenamento-analisi rifacendo la casa al sig. Miyagi? – è altrettanto vero per Karate Kid che il maestro incarni automaticamente, se vuole essere un “buon” maestro, la figura del padre. Non così nel film di Eastwood, o al meno non così automaticamente: il percorso che Frankie Dunn deve compiere per diventare padre è tutt’altro che scontato, non ha a che vedere col successo sportivo, non è interno alla speranza di ogni buon maestro di conoscere la strada per portare il suo allievo alla vittoria.

Già nei primi minuti della sua pellicola, Eastwood mette a fuoco la difficoltà di essere al tempo stesso un buon maestro e un buon padre: per uno scrupolo di protezione tutto paterno, Frankie impedisce al suo pupillo, “Big Willie”, di combattere per il titolo, costringendolo a cercarsi un altro manager che gli consenta di disputare l’incontro e vincerlo.

Maggie gli offre l’occasione per riprovarci, non solo come maestro: Frankie scrive lettere a una figlia lontana, che non ha nessuna intenzione di rispondergli; Maggie proviene da un ambiente poverissimo, non ha padre e si fa carico di una famiglia disastrata che non la ama. Dopo le iniziali resistenze, Frankie decide di allenarla, si accorge rapidamente del suo talento e, per una dinamica di transfer piuttosto evidente, crede che facendo di Maggie un buon pugile, possa riscattare la sua paternità, fondendo e confondendo, come in Karate Kid, la figura di padre e quella di maestro.

La fusione appare in tutta la sua evidenza quando Maggie arriva a combattere per il titolo di campione asiatico, e Frankie le regala un accappatoio di seta verde con ricamato il nome gaelico Mogusha, il cui significato resterà oscuro allo spettatore fino alla fine al film: il suo svelamento non coinciderà soltanto con lo scioglimento della trama, ma con l’esplicitazione del livello simbolico che percorre sottotraccia l’intera pellicola: Mogusha – “mio tesoro”, “mio sangue”.

Million Dollar Baby (2004) - 2

Maggie-Mogusha è acclamata da tutti e sembra che niente possa fermarla nella sua avanzata verso il titolo mondiale. Immediatamente prima dell’incontro, nella palestra di Frankie succede qualcosa d’imprevisto, che appare allo spettatore come un’inspiegabile digressione rispetto al racconto dell’ascesa di Maggie. Mickey, un ragazzo ritardato che si allena senza grandi risultati, viene preso in giro da un pugile di colore che ha l’unico scopo di farlo salire sul ring e picchiarlo ferocemente. Un misto di rabbia e impotenza assale lo spettatore, il quale tuttavia si accorge presto di essere messo di fronte a una scaramuccia tutta umana, che lo ferisce per risollevarlo immediatamente dopo: il vecchio collaboratore di Frankie, l’ex pugile Eddie “scrap-iron” Dupris, sale sul ring a difesa di Mickey e stende facilmente l’avversario. Eddie vince non perché sia infinitamente forte, come si dice di Maggie, ma perché debole è il suo nemico, vile, stupido, del tutto umano.

L’incontro che Maggie disputa per il titolo mondiale suscita sin dall’inizio in chi guarda tutt’altra emozione. L’umanità di Maggie sembra scontrarsi qui col Male incarnato: l’inquadatura stringe sul viso del suo avversario, “the Bluebear”; la voce narrante informa lo spettatore che si tratta di una prostituta berlinese, non solo di un pugile sleale, ma di una potenziale assassina, che per di più non si rende conto di esserlo: un male cieco e assoluto che richiede un agnello sacrificale, un sangue innocente. Maggie, che avrebbe potuto vincere l’incontro se questo si fosse svolto correttamente, viene colpita alle spalle da Bluebear e cade sullo sgabello, rimanendo paralizzata.

L’ultimo quarto d’ora di film sbalza lo spettatore dalle proprie aspettative, innescando un meccanismo a trazione anteriore. Non conta il percorso di allenamento che conduce a una vittoria perché il senso di tale percorso viene messo in questione dall’esito dell’incontro, che sposta l’angolo di visuale su un problema inaspettato: vivere paralizzati o morire? Come Degas decentra le sue ballerine per indicarci l’importanza di una porta misteriosa vista di sguincio, Eastwood sposta improvvisamente il punto di fuoco della sua pellicola, collocando il fulcro del film nelle scene finali. Non a caso siamo all’altezza delle due ore canoniche di film, alle quali Eastwood aggiunge una sorta di appendice (2h + 20’), come a dire allo spettatore che tutto ciò che ha visto finora – un racconto di ascesa dalla povertà alla gloria (Rocky) o dal disamore di sé all’equilibrio interiore (Karate Kid) – è rimesso in gioco, un gioco al rilancio, dal problema che chiude la storia, l’eutanasia.

Parallelamente, il rapporto padre-figlia così come era stato avvertito dai due protagonisti e dallo spettatore subisce una sostanziale modifica. Frankie, che ha creduto di poter essere padre per il semplice fatto di essere un buon maestro, è chiamato da Maggie a una prova di paternità più alta: per essere padre davvero, deve aiutarla a togliersi la vita, rinunciando al suo stesso sangue – Mogusha, mio sangue.

Million Dollar Baby (2004) - 3

L’improvvisa rivelazione del significato di Mogusha riannoda i fili di una storia che a prima vista sembra divisa nettamente in due parti. Nel finale del film, Eastwood esibisce smaccatamente la metafora cristologica che ha costruito: ci segnala che Maggie è della stessa sostanza del padre e che muore a 33 anni, costringendoci a ripercorrere mentalmente tutta la sua storia come un vero e proprio “martiriologio” (Ferzetti, Messaggero 17-2-2005).

L’eutanasia porta a compimento il lagame idissolubile tra il martirio di Maggie-Cristo e il sofferto percorso di paternità di Frankie. I due piani sono tenuti insieme nel corso della narrazione dai colloqui che Frankie ha con un prete, al quale rivolge sempre le stesse due domande: come posso riavvicinarmi a mia figlia? Qual è la natura dello Spirito Santo? Il sacerdote si mostra incapace di dare a Frankie il conforto di cui ha bisogno, non fa che accrescere in lui il senso di colpa e ripiega spesso sulla questione teologica, sostenendo, agostinianamente, che lo Spirito Santo sia «un’emanazione dell’amore di Dio», l’amore che si scambiano Padre e Figlio.

Le ultime scene del film sugellano l’unione tra Frankie e Maggie, tra Padre e Figlio, attraverso un’azione, l’eutanasia, che Maggie non può realizzare da sola e che Frankie, suo malgrado, si decide a compiere per lei. Eutanasia come emanazione dell’amore tra padre e figlio, atto d’amore dunque? Non so. Eastwood non è così esplicito a riguardo, e sembra puntare altrove, giocando, attraverso il racconto biblico della Passione, sui rapporti padre-figlio.

L’eutanasia è la prova d’amore che Maggie chiede al suo genitore putativo. Rovesciando la narrazione evangelica, Eastwood fa del Padre l’esecutore della volontà del Figlio («non la mia volontà sia fatta, ma la tua», Lc. 22, 42). Frankie deve esaudire la richiesta di Maggie-Figlio, compiere la sua volontà per essere padre così come lei vuole che lo sia, sciogliendo ogni riserva, fugando ogni dubbio. Solo così il sacrificio di Maggie può redimere se non il mondo, almeno Frankie, riscattandone la colpa, tutta umana, verso la figlia reale.

Padre e Figlio uniti in un vincolo privo di ruoli prestabiliti, in un atto (d’amore?) ai limiti dell’umano.

Andrea Malagamba

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