Chi si ferma è perduto

Il ritmo di un quotidiano è vorace. Ossessivo. Per chi lo fa e chi lo legge, che poi – a contatto tra loro – creano il vero “farsi” di un quotidiano, il suo accadere in una sorta di terzo luogo, di terza persona tra scrittore e lettore. Il quotidiano vive il paradosso di dovere sapere produrre un pensiero a tempo, frettoloso. Mi state leggendo e già correte alla fine. Certo il notiziario scritto va assai più lento delle informazioni radio-televisive, ripetute almeno una volta o due per ognuna delle circa 48 ore in cui si dà sempre la stessa notizia. E c’è davvero da chiedersi come non diventino pazzi di noia o di demenza precoce o di frigidità mentale i molti che – non esistendo più alcuna barriera tra tempo di lavoro e tempo libero – se la sentono rimbombare in testa di continuo. Basterebbe questo a vedere nelle notizie in rete un benefico rovesciamento … un poco di calma alfabetica e non solo dissipazione o restaurazione di ogni autorità.

Dicevano: “chi si ferma è perduto”. A forza di credere in questo irresistibile destino personale e collettivo, forse si sta correndo ormai già perduti e perdenti. Pare che la virtù della cronaca – civile, sociale, economica o politica – sia quella di riguardare il presente, giorno per giorno, affannosamente. E spremere l’argomento sino a quando c’è succo da far succhiare, con già nell’anima l’attesa della nuova notizia da servire e la paura che non sia altrettanto fresca e nutriente. Pare che i quotidiani proprio questo vogliano fare, facendone la loro vocazione. Il loro mandato professionale. Stare al servizio del tempo ed essere posseduti dal suo spietato avvenire.

Eppure, lateralmente a questa coazione a ripetere della novità o a questa coazione a rinnovare la ripetizione, due sono le eccezioni: la cultura e la cronaca nera. E questo di certo non perché vengano meno al loro tragico/comico obbligo alla ripetizione, ma per un loro naturale eccedere altrove. Là dove si tocca il fondo più oscuro e irredimibile della ripetizione. Del sempre uguale. Dell’umana natura. Le pagine di cultura spiccano nel tentativo di trovare temi scollegati dal presente, sovrani sul tempo, certe di valori universalmente acquisiti (emblematico il culto della Storia esibito dal Corriere della Sera e, più in generale, delle rubriche di recensioni). Si ritiene che questo sia lo stemma di successo per una classe dirigente responsabile, sicura di sé, educata al bene.

Cronaca Vera - chi si ferma è perduto

Le pagine di nera, invece, si sottraggono al tempo e alla storia civile con una radicalità che costituisce il solo momento di verità assoluta di un quotidiano. Un padre che dopo aver fatto sesso sgozza moglie e figli, poi va a vedere la partita come se niente fosse e, all’occasione, trovare un buon alibi … per avere “messo su” famiglia? Per avere visto la partita con in mente o in pancia il proprio focolare oppure avere consumato il proprio amore coniugale con in testa le sorti incerte dell’Italia? Squadra o nazione? O della sua prossima scopata? Le incertezze di quale sorte e di chi? C’è una società nella sua testa? C’è il mondo degli altri, dell’altro, o c’è la sua – dunque nostra – irrefrenabile abitudine al male? Al male delle abitudini? Tutto ciò che nelle altre sezioni di un foglio quotidiano manca di essere consapevolezza del mondo – se volete, chiamatela appunto verità – nelle pagine della nera si mostra per il suo giusto verso: violenza dell’abitare che, in virtù del suo primordiale silenzio, del suo buio originario, comprende in sé ogni altra quotidiana notizia. Ogni possibile novità politica, etica, estetica e religiosa. La cronaca nera è l’unico modo di raccontarsi della morale individuale senza essere eticamente “giustificata”

“Sangue e partita “nera” insegna”, “Il Garantista” 18/06/14

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