Chi fa la festa all’Università?

Atto primo

Mercoledì 2 luglio, giardini della Casa del jazz, affogata in questi giorni tra i capannoni della Festa dell’Unità (credo non si chiami più così, forse ci vuole un “democratica” di sostegno). Odore di olio fritto (è banale dirlo, ma non è banale sentirlo odorare dal passato). Ore 19 e io sono qui, in anticipo. Perché sono qui? Perché – l’ho saputo per caso, la cosa sembrava fatta in segretezza, ora non c’è nessun cartello, solo una voce microfonata… a minuti dovrebbe esserci un incontro sull’università (su tutti insieme i suoi supposti sinonimi: ricerca, scuola, formazione, accademia). L’incontro è onorato dalla ministra Stefania Giannini (udite, udite! Ma in effetti da decenni le feste del popolo comunista o giù di lì sono diventate feste di Stato).

Passa circa un’ora, guardo quei quattro o cinque che attendono tra le sedie ancora vuote, sembrano di casa, si salutano in giro come fossero del condominio o quartiere. Anche questo è banale dirlo ma il condominio è tra le più immediate esperienze locali. Hanno l’aria da pensionati che assumono anche gli occupati appena si liberano dal lavoro: giardinetti e cani. Sembrano contenti di aspettare. Sarò pure fissato sulla fisiognomica e magari ossessionato dalle condizioni dell’Università in Italia – allarmato più del dovuto, forse ormai più del possibile – ma non mi sembrano stare lì ad attendere per una ragione davvero importante. Una vale l’altra. Colpa loro? È una colpa essere così pregni di vita comune? Non credo proprio: l’unico difetto d’epoca della scena in cui mi trovo è quello della sua avara cornice: le vestigia di una tradizione comunista che non ha fatto mai davvero i conti con se stessa.

Atto secondo

la ministra arriva e si comincia. Mi sono tenuto lontano dal palco, dunque non so se a parlare sia una funzionaria, dirigente, docente o studentessa, ma è certo che imposta il confronto dicendo cose che sarebbero state misere e insensate già prima dell’avvento di Luigi Berlinguer. Dicendo il peggio del peggio di tutte le ideologie – borghesi, progressiste, piccoloborghesi, qualunquiste – che la sinistra ha costruito sullo stereotipo della scuola pubblica. Insomma tutto ciò che il Sessantotto non spazzò via ma anzi contribuì a incancrenire. E tutto ciò che è alle spalle del più o meno ben intenzionato fallimento di tutti i governi – compreso quello di Berlinguer che ne fu la forse involontaria ma inevitabile matrice – che sono venuti da centrosinistra o da centrodestra o che altro.

Atto terzo

uando la ministra ha preso la parola, me ne sono andato, facendo in tempo a udire che, di fronte al civile condominio schieratole davanti, ella si sentiva a suo agio – pienamente compresa e comprendente – appunto grazie all’avvio datole da chi la aveva introdotta a garanzia di una svolta delle politiche della ricerca. Dunque, senza che lo sappia, magari la Giannini ha poi detto tutto quello che c’è da dire: un riforma dell’università passa dalla ridefinizione del suo sistema e dei ruoli che ne hanno la responsabilità e dunque – come la vicenda dei concorsi di abilitazione ha messo in luce virando sul grottesco il fallimento di ogni criterio di giustizia e di intelligenza – il nostro sistema è allo sfascio completo.

Minerva

Fuori scena

So bene che in vari comparti istituzionali ci si rovella su come potere uscire sul piano giuridico dal guaio in cui sono tutti coinvolti e sconfitti ; dunque, mettiamo pure che abbia confessato di dovere non correggere e rilanciare ma davvero rifondare l’università.
Tuttavia, anche fosse, a chi ha detto queste verità? Là davanti a lei, come ai concertini di campagna o lungomare, ci saranno state pure persone interessate, magari rettori, docenti e altri attori istituzionali (ad ascoltare: ad ascoltare? E – se a rispondere – perché la loro di voce è restata sino a ieri di dominio privato e corporativo? Affogata nei rapporti e vincoli accademici di cui inevitabilmente il frutto, peggiore o migliore che sia?). Ma invece là in giro, ai margini, io non ci ho visto nessuno di quelli che sarebbe stato interessante potere incontrare, sapendo che sono o potrebbero essere d’accordo con me. Come fanno gli inviti a pubblici dibattiti gli ex comunisti? Oppure alla Giannini la lista è stata fornita direttamente da Giorgio Napolitano, primo tra tutti tra i cittadini della politica a decretare che la questione universitaria merita il silenzio o comunque l’ordinaria amministrazione delle burocrazie di governo, partiti, e istituzioni?