Frammenti di un discorso pornografico

valentina-nappi-600x314Da dove cominciare un discorso sulla pornografia? C’è un punto da cui principiare per parlare di pornografia? Può esserci per questo tema un principio, se – come molti sono pronti a sostenere – la pornografia è detta essere senza principi? E può esserci una base di partenza per un discorso sulla pornografia per quanti altri, magari meno rozzi, meno offuscati dal pregiudizio, le attribuiscono persino delle qualità? Sono tuttavia qualità che le sono in tutto pertinenti? Vale e dire che si può scoprire che tali qualità attribuiscono alla pornografia principi che eludono la sua sostanza, appunto il suo reale principio, ciò su cui la pornografia si fonda e di cui essa stessa, come vedremo, è il mascheramento. La sequenza di pensiero che vorrei costruire insieme a voi sarà qui breve e con molti punti oscuri poiché per vari aspetti un discorso sulla pornografia è oggi la cosa da farsi ma anche un pensiero di cui siamo inesperti.

1. S’è detto dunque che “A volere parlare di pornografia, la prima operazione da compiere sarà allora accettare di dovere separare il porno dalla sua grafia”. Dobbiamo quindi cercare di interrogarci sulla pornografia a partire dalla “cosa” che essa tenta di chiudere, contrarre, in un solo termine e che tuttavia non viene detta sino in fondo da nessuna delle due distinte parole di cui pornografia è il composto (ovvero la composizione, forse persino la tentata ri-composizione): “porno” e “grafia”. “Porno”: la prostituta che ostenta in pubblico se stessa per fare mostra del proprio corpo e solo implicitamente ciò di cui essa è il mezzo, il piacere dell’orgasmo. “Grafia”: ecco di nuovo un mezzo, ovvero la scrittura, la rappresentazione, la comunicazione della prostituta e di ciò che essa “evidentemente” vende attraverso il suo corpo. Tanto “porno” quanto “grafia” sono dunque due diversi gradi di comunicazione di qualcosa che non viene detto. E della comunicazione hanno in comune la qualità attrattiva. Sono il significante di un vuoto di significato che è il vero oggetto della messa in scena. Non dicono l’evento dell’orgasmo ma solamente le pratiche con cui conseguirlo. La parola pornografia, censurando l’orgasmo, maschera il suo evento. La pornografia contiene dunque nel suo stesso nome la censura di quanto comunica. Si potrebbe qui deviare utilmente il discorso verso la letteratura che si è intrattenuta sul “terzo incomodo” (“lupus in fabula”) e infine – risolutamente, eppure con qualche inquietante scoperta – sulla terziarietà che resiste alla dialettica del “due” e alle retoriche societarie sull’altro.

2. Messa così la pornografia è – come ho accennato parlando di “scarnificazione” – una questione di grande rilievo. Non se ne può parlare come di ogni altro argomento sul mercato e per il mercato. Non è discorso da fare né in termini storici né in termini disciplinari né tantomeno specialistici. Credo che, qui e ora, ad una riflessione sulla pornografia – che maschera, non nomina, il suo reale oggetto, e cioè l’orgasmo, ma tuttavia è prodotta e si produce per produrlo – è necessario fare corrispondere un trattamento d’eccezione. Senza accettare l’idea che sia necessario parlare di pornografia in modo esclusivo, si perde la possibilità di coglierne il senso. Per interpretare la pornografia senza fare scadere il discorso, c’è da chiedersi se il nostro non sia oggi un tempo straordinario e urgente che – appunto in virtù del suo carattere eccessivo, fuori/norma, d’eccezione – dovrebbe imporci una rigida sequenza di argomenti, al contrario di quanto accade nel tempo ordinario della società civile cui siamo secolarmente adusi, quello che ancora ci consente – o crediamo che ancora ci consenta – di dedicarci alla conoscenza senza priorità di temi e questioni. Che purtroppo è lo stile delle pagine culturali della stampa e del dotto virtuoso.

Fuchs_01 Miniatura pag2 (32)3. Quale è dunque la cornice del nostro tempo dentro la quale sentirsi obbligati a decidere ciò di cui conta e ciò di cui non conta parlare? Ecco – in ordine sparso (il non potere tracciare sequenze lineari e conseguenziali è problema d’oggi) – qualche fenomeno emergente. Che fa emergenza.
Lo straordinario salto compiuto in questi ultimissimi anni dalle tecnologie digitali, fondate sulla interattività e connessione, sembra incrinare il rapporto storico tra essere umano e mondo, tra individuo e ambiente, tra soggetto e oggetto, tra l’umano e il mondo. Se ne discute utilizzando i vecchi parametri moderni (se tale innovazione sia o possa farsi rivoluzionaria o meno), invece di cogliere il fatto che il mutamento in corso è antropologico (entra nella carne assai più che nei corpi). Sarà una metamorfosi, se mai avrà il tempo di lunga durata necessario alle mutazioni antropologiche e non sarà invece spazzato via dalle catastrofi e dalle calamità di breve periodo della società delle reti.
Le calamità come degrado ambientale, guerre glocal e virus (aids, ebola) sono a loro modo elementi di conservazione della tradizione piuttosto che di disgregazione, estinzione, dell’umano soggetto in quanto identità e potere. Persino la grande crisi di questi anni – in sostanza il crollo del capitalismo storico e di tutte le sue forme di governo ad opera del capitalismo finanziario – marcia nella tradizione della violenza moderna pur segnando una trasformazione sempre più profonda dei rapporti di potere tra i ricchi (sempre di meno) e i poveri (sempre di più) del pianeta.
Diversamente vanno invece considerati i mutamenti che dissolvono la società e l’individuo dall’interno. Tra i primi grandi segnali da tenere in conto c’è il fatto che i popoli civilizzati e civilizzatori non vogliono più procreare. La fluidità dei consumi in rete ha fatto crescere esponenzialmente il gioco d’azzardo e le pratiche porno. Si tratta di fenomeni dissipativi sempre più aggressivi nei confronti dei valori sociali e sempre meno in grado di contenere il desiderio.
E allora?

4. E allora, come risponde la società civile ai fenomeni dissipativi che la stanno corrodendo (e di cui qui ho accennato soltanto quelli che sono come si suole dire “sulla bocca di tutti”) ? Essa non guarda ad altro che alla propria continuità (che sia una questione di sopravvivenza non viene detto mai sino in fondo, serve ad ottenere effetti retorici, quasi scaramantici). E per potere continuare ad esistere dentro il proprio tempo storico, la società civile crede – c’è una religiosità implicita anche nei soggetti meno religiosi – di dovere riannodare i propri legami con i valori che la hanno costituita. La grande crisi del presente viene quindi affrontata facendo ricorso alle tradizioni dell’umanesimo. Se si creano fronti contrapposti, essi si scontrano tra di loro nella sostanziale rivendicazione di uno stesso orizzonte culturale: l’essere umano. L’essere umano è “dato per scontato”. Il fallimento del sistema occidentale e il fallimento delle singole politiche di governo – il fallimento delle élite – viene affrontato dando a credere che si tratti di responsabilità da attribuire ad un fronte politico piuttosto che ad un altro, ma non ai contenuti sui quali si scontrano tutte e due le parti o le più parti che entrano in conflitto tra loro. Sta per me qui, in questa tragica svista, l’interesse a ragionare sul porno, cioè trovare nel porno un contenuto da condividere e magari tentare di far fruttare.
Il porno non ha a che vedere con l’osceno e con la dialettica tra scena e retroscena che sono i temi dominanti nell’erotismo; il porno non ha a vedere con l’estetica e, se l’estetica si intrattiene con il porno o il porno si intrattiene con l’estetica, siamo comunque soltanto nel campo delle estetiche e nella vasta gamma delle mode e delle merci erotiche. Il porno – beninteso in quanto orgasmo in sé e per sé, senz’altro fine che il piacere – non ha a vedere con l’etica, con le politiche e con le ideologie. Non ha a vedere con la società.

5. Ricominciamo il nostro ragionamento. Come s’è anticipato, pornografia non dice per intero la “cosa” che fa “avvenire” (a Pisa, Susca ha saputo mettere in gioco il “doppio senso” del verbo “venire”). La “-grafia” che mette in scena il “porno-” attende che la carne dia luogo al desiderio e faccia appunto avvenire l’orgasmo. “Porno-grafia” riguarda i corpi. Il porno riguarda la carne solo se ne estremizziamo il significato e lo facciamo coincidere impropriamente con la carne nel suo punto di “collasso”. Da un lato la scena della meretrice, del suo corpo, che, per realizzarsi davvero, per realizzare la sua promessa, dovrà essere disponibile a compiere un salto di qualità nella eccitazione di chi guarda, del corpo che guarda; e così anche sul versante della “-grafia” – abbiamo tutti gli stimoli (i mezzi, anche corpi ridotti a mezzi) che servono a fare sì che un individuo raggiunga il proprio fine nell’orgasmo della sua stessa carne. Raggiunga cioè una alienazione totale, senza più margini e pieghe, dato qui il subitaneo suo “venire” dall’interno all’esterno del sé, invece che il suo moto contrario: quello dal “di fuori” al “di dentro” (come invece continuamente tramano le seduzioni, le tentazioni, delle immagini di moda, delle immagini di consumo, delle immagini “vetrinizzate in ogni dove del mondo umanizzato). Dunque, questa dell’orgasmo, è una alienazione di per sé ben più “assoluta” delle sfumature di nulla cui le merci ci sottopongono e a detta delle istituzioni (della loro ideologia, falsa coscienza) ci corrompono (perché corromperebbero una nostra altrimenti inalienabile libera natura).

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Dunque siamo nel vivo di un discorso sulla tecnica: mezzi e fini. La pornografia consiste in una serie di mezzi organici e inorganici che servono a raggiungere l’orgasmo. E la “masturbazione” è il termine più breve in grado di riassumere la infinita gamma dei mezzi materiali e immateriali che servono a “soddisfare” il piacere. Masturbazione: la pratica demonizzata per così lungo tempo dalla società, dalla religione, dalla medicina, dal gusto. Eppure, così, non arriviamo ancora al nodo della questione.(continua)

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