Riforma universitaria da Napolitano a Mattarella (Garantista)

Da qualche giorno sul mio indirizzo FB si può vedere che ho inviato on line una lettera aperta a Mattarella con qualche secca motivazione, ma soprattutto – repetita iuvant in particolare a chi ha orecchie da mercante – per inoltrargli anche la lettera che anni fa avevo scritto a Napolitano sullo stesso argomento (questa si trova ancora nel sito on line dell’Espresso, difficile non averla vista oppure sostenere che risulta ignota (su google e ci si arriva in un attimo, comunque qui). Il contenuto? La crisi (forse davvero irreversibile) della ricerca e formazione universitaria, il suo reiterato fallimento quanto più le istituzioni – vecchie, arretrate e sospette come sono – si accaniscono a “riformarla” (e così è stato a partire da Berlinguer). Non ebbi risposta dal comunista e probabilmente non avrò risposta alcuna dal cattolico, ma pensate che qualche giornalista – magari proprio scrivendo di università e formazione – abbia ripreso questo mio dialogo muto con la repubblica italiana? Con il vertice dello stato e quindi anche con la base dei suoi sudditi, quelli nei confronti dei quali la stampa dovrebbe fare almeno da mediazione se non qualche cosa di più? Di più neutrale se non di più sensato? Ma non mi scoraggio, intendo passare alla fase di coinvolgimento dei giornalisti professionisti, quelli che contano e sanno contare.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAMagari Gian Antonio Stella? Conosce tutto, ogni statistica su quanti “giovani” dell’università riescono ad invecchiare riuscendo parimenti a non restare precari a vita oppure incollati alla disperazione dei più infimi gradi della carriera e dello stipendio. E questi crimini accadono – lo sappiamo noi e lo sa lui – a causa dei colleghi “anziani” che fanno da tappo ai giovani riproducendosi per malattia cancerogena o come le muffe oppure per endogamia. Sentite cosa dice Wikipedia:  “L’endogamia è solitamente il risultato di motivazioni sociologiche quali la chiusura culturale alle relazioni esterne o fattori legati al potere di gruppi dominanti oppure motivi contingenti quali l’isolamento geografico di una popolazione”. Perfettamente calzante per definire la chiusura culturale di comunità tanto dominate da gruppi d’interesse personale da mostrarsi disinteressate a qualsiasi relazione che non sia con se stesse. Oppure, tanto ristretta è la solidarietà reciproca di tali gruppi da farli essere come quelle viziose famiglie che, prosperando nell’incesto tra le loro quattro mura, producono per riprodursi “in sé e per sé” senza preoccuparsi della buona salute o sana mente dei propri figli e nipoti. E con quali segrete violenze? Ma giornalisti di qualità come questi, che parlano sulla base di dati certi, avranno voglia di sporcarsi le mani con me che non sto nelle statistiche?
Ma il peggio può venire (sorpresa sorpresa!) da quel tipo di intellettuali e per di più docenti anzi ordinari universitari che fanno giornalismo. Che hanno la fortuna di avere una audience garantita e qualche influenza con i “principi” (quelli con l’accento sulla seconda i a partire da destra, cioè quelli sul mercato delle idee, ma anche quelli – dati i tempi d’evanescenza del potere – con l’accento sulla terza i a partire da sinistra). Mi piacerebbe potere usare il loro “strumento”, se non rischiassi di apparire invidioso, cosa che credo di non essere, oltre a divenire come loro nella sostanza, sarei per di più senza capacità riflessive, senza una mia coscienza.

Ernesto Galli della Loggia se ne è uscito sul Corriere della Sera di oggi con un vibrante articolo di indignazione civile sul corporativismo delle élite accademiche. E come dargli torto a prima vista. Galli della Loggia è intelligente (qualità rara) ed è un uomo d’onore (ricordate Bruto?). Peccato che il discorso critico sull’egoismo familistico dei professori ordinari al potere (non lo sono tutti, al potere, ma la loro maggioranza è in grado di schiacciare qualsiasi dissidente, congelare qualsiasi trasformazione e innovazione) sia interamente basato sulla negazione delle colpe dello stato, del governo e dei partiti. Così l’autore dimostra di non sapere – o non volere sapere, o fingere di non sapere, o non volere dire – quale sia l’effettivo rapporto tra la mala politica dei ministeri e dei vertici dello stato e la inadeguatezza, il dolo, lo spreco delle scelte e pratiche amministrative di atenei controllati da cosche accademiche irriducibili almeno da mezzo secolo. Impostato così, l’articolo non spiega nulla delle dinamiche in atto e tantomeno sarà in grado di fronteggiare quello che farà per legge la catena di solidarietà che dalla ministra Giannini passa per Renzi e arriva a Mattarella.

Non solo: a che serve dire che, data la scelleratezza del “genere accademico” (il tipo di scelleratezza che lui ha scelto di mettere in luce lasciando al buio le altre), non potranno avere accesso nell’università (senza più risorse e piena di spese inutili se non dannose) quei giovani che sono stati resi idonei, abilitati, a giudizio insindacabile di commissioni d’esame in gran parte composte proprio da quella crema di baroni e baronetti di cui poco prima ha sanzionato la loro nefasta visione? Se Galli della Loggia sconfigge le corporazioni potranno agevolmente entrare quanti dalle corporazioni sono stati premiati?

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