Rassegnazione

Incredibile e attualissima questa scena di “Quinto potere” (1976) di Sidney Lumet; mi è venuta in mente, o meglio la ho riscoperta, cercando di elaborare la mia idea di “rassegnazione”.

Intendo qui riprendere in modo un poco più articolato il post su fb da me dedicato a un pezzo di Franco Berardi intitolato “Non si è ancora fatto sera” uscito su “alfabeta”. Carlo Formenti ha definito questo intervento di Bifo “ispirato” e anche io lo ho ritenuto tale seppure su basi in tutto diverse. Magari, contro l’intenzione stessa del suo autore? Credo di sì. Lo ho definito “teorico” in quanto “visione” e forse persino “veggenza”: una rappresentazione del mondo che viene – di contro a ciò che lo ha ispirato: la contingenza del conflitto tra Europa e Grecia alla vigilia del referendum di Alexis Tsipras – potrebbe essere scritto per ogni momento e luogo della vicenda umana da sempre e di sempre. Passato e futuro. Di conseguenza vi ho colto una postura emotiva che mi ha spinto a ragionare sull’idea di rassegnazione, ben consapevole dell’anatema e persino del tabù che colpisce chi si faccia fautore di questo stato d’animo. Un prendere posizione che viene universalmente considerato al pari di una morte accettata, nell’ordine cioè di una scelta per la morte. Quale è considerata l’eutanasia. Oppure la resa del traditore. La consegna di sé al nemico. E all’altro che crede in te. L’abiura della propria religione per paura o profitto.

greece-economic-perspective1Ho parlato di “una rassegnazione che lavora al proprio interno e dal proprio interno si modifica in sé e per sé, così da offrire alla violenza del mondo una materia diversamente sensibile alla sua necessità”. Tra le poche risposte che ho ricevuto, c’è stata quella di Ennio Abate, il quale ha riassunto così la mia convinzione che un appropriato senso di rassegnazione della persona al mondo sarebbe “qualche cosa di più rispetto alla dialettica amico-nemico”: “È semplicemente rassegnazione autocompiaciuta. La dialettica amico-nemico si impone – come si vede dappertutto – appena si esce dalla rassegnazione. Qui la sfida”. Ecco: questo di Abate è esattamente il modo di pensare in cui non credo che si debba convenire.

È bene riprendere un brano del testo di Bifo da cui in particolare s’è mossa la mia idea di rassegnazione, il mio invito ad un sentire rassegnato: “Ne La questione della colpa (Die Schuldfrage), un testo del 1946, Karl Jaspers, il filosofo tedesco che viene considerato uno dei padri dell’esistenzialismo, distingue il carattere “metafisico” della colpa da quello “storico”, per ricordare che se ci siamo liberati del nazismo come evento storico, ancora non ci siamo liberati da ciò “che ha reso possibile” il nazismo, e precisamente la dipendenza della volontà e dell’azione individuale dalla potenza ingovernabile della tecnica, o meglio della catena di automatismi che la tecnica iscrive nella vita sociale”. Da questo semplice passaggio – in cui la soluzione finale del nazismo viene equiparata alla soluzione finale in cui gli automatismi del potere finanziario stanno gettando il mondo presente – si ricava che evidentemente in ballo c’è il rapporto tra tecnica e genere umano.

Per cogliere una tesi almeno apparentemente opposta all’approccio di Bifo – o a quello che in questo intervento pare essere il suo punto di vista – si può andare a leggere le poche righe iniziali di un articolo di Maurizio Farraris sul salto tecnologico costituito dai linguaggi digitali e il loro rapporto con la società (la Repubblica, 28-GIU-2015). Scritto bene e chiaro. Qui il nostro teorico dei “fatti” sostiene la tesi per cui non sono le tecnologie che possono fare diventare “buoni” o “migliori” o “diversi” gli essere umani, ma dipende semmai dalla loro volontà di farsi “liberi”. Di liberarsi dunque dalla tecnologia e, come suggerisce Ferraris, non farsi ingannare o assuefare da essa? Così, alla fine anche lui si rimangia, va detto, l’idea per me fondante che l’essere umano sia per natura tecnologico; che questa sua natura non sia originariamente e finalisticamente libera né liberabile. E dunque non possa agire indipendentemente da se stessa, dalle proprie condizioni di necessità, dalla propria volontà di potenza. Compresa quella di realizzare il bene dell’umanità (nel suo nome la civiltà ha compiuto atroci atti contro i corpi e la carne, lo spirito e il desiderio, dell’umanità stessa).

1932-work-and-food-germanyDa un certo punto di vista, nel paragonare la “soluzione finale” del totalitarismo nazista con le pratiche della globalizzazione, Bifo ha ragione, la sua visione è terribilmente “giusta”, giusta nel senso che dice una verità inemendabile (come inemendabile è la morte che ho ricordato all’inizio). Le politiche di sterminio del novecento sono state una dimostrazione della volontà di potenza dell’essere umano o meglio l’anticipazione del suo destino di autoannientamento (di cui la tecnica non è la causa ma soggetto e effetto insieme: realtà aumentata del vivente). Rispetto a quella tragedia, dimostrazione terribile della meta di ogni progresso umano quale ne siano gli spiriti animali e gli obiettivi, è poi di nuovo venuto il tempo della democrazia. La promessa moderna di giustizia e uguaglianza. Di felicità sociale. Sono venuti o si sono rafforzati i regimi democratici, regimi di senso e di governo. Con i loro contenuti culturali: i loro errori di prospettiva e cioè la loro ideologia del bene, la loro falsificazione delle “origini del male”. La loro ideologia in quanto falsa coscienza.

È da credere che molto tempo ancora divida le pratiche della democrazia e persino dei suoi totalitarismi dalla piena e irreversibile rivelazione della loro impotenza rispetto alla violenza della natura umana per mezzo di se stessa. Il dominio finanziario del mondo ha da ricavare ancora molte risorse dai conflitti sociali della terra. Molte energie da ricavare – scambiare e accumulare – dalle attuali forme di resistenza all’automatismo delle sue strategie di globalizzazione del potere. I dislivelli culturali e materiali che le compongono tracciano uno ad uno tempi diversi e modalità alternative di un solo processo convergente.

Si è aperto ormai un baratro tra le promesse della politica e le condizioni della società. Con la crisi delle democrazie sono implose le sue più “classiche” forme di potere: lo stato assistenziale e le economie nazionali. La felicità simbolica dei consumi va sempre più colorandosi di sangue e disagio. Oppure di eccessi demenziali. Di fughe surrealiste di massa. Tuttavia a me pare che mai come in questa tragica congiuntura della condizione umana si stia facendo avanti una sorta di rassegnazione, un pensiero della rassegnazione nei confronti di una esistenza dell’essere umano che non può negare la morte e il dolore di cui essa stessa è la causa. Esistono molte culture ormai che si sottraggono al sociale e non soltanto alla politica. Che vivono contando sulle proprie speranze invece che sulle speranze del sistema di cui ormai si sentono semplicemente gli affittuari. E anche molte forme di solidarietà hanno ormai il carattere di una progressiva sfiducia nei legami storici, laici e religiosi. Il desiderio si esprime qui in discontinuità con la volontà di potenza delle istituzioni e degli apparti pubblici e privati. Magari ne riproducono alcuni valori ma ripudiando le agenzie di socializzazione alle quali tali valori appartenevano per tradizione. La pubblicità delle marche ha operato molto in questa direzione, rendendole modi di partecipazione dei singoli alla propria esclusiva singolarità. Forse anche l’astensionismo elettorale può essere interpretato in questo clima.

Ma – se è vera l’ipotesi che a contare come profitto per il tempo della soluzione finale è proprio la non-rassegnazione; sono la resistenza, la sofferente creatività che “viene dal basso” e si indebita per sopravvivere, le più varie e contrastanti nostalgie politiche, la loro corruzione così come le loro etiche – forse è proprio un sapere della rassegnazione a dovere essere elaborato (come si dice per l’elaborazione di un lutto). Metabolizzare l’atto di dovere mettersi nelle mani altrui senza tuttavia condividerne il senso; firmare il contratto sociale come se si trattasse di dimettersi. Condividere l’atto giuridico senza più alcun “principio speranza”, senza più alcuna fiducia che non sia riposta in se stessi. Nelle proprie mani per quanto messe al servizio del lavoro “altrui”. Dunque – insisto – una rassegnazione che lavora al proprio interno e dal proprio interno si modifica in sé e per sé, così da offrire alla violenza del mondo una materia diversamente sensibile alla sua necessità. Non è molto ma è qualche cosa di più rispetto alla dialettica amico-nemico.

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