Su Umberto Eco e gli “imbecilli”

(di questo testo trovate una piccola parte in “alfa beta” in avvio di una discussione sull’argomento)

Dall’inciampare della gamba all’inciampare della favella. L’etimologia di “imbecille” rimanda a un difetto fisico; prima di prendere il significato di carenza intellettiva rimandava a un cedimento del corpo, a una tara della sua carne. Questo la dice lunga sull’intera questione per quanto futile possa essere ritenuta.

Questa nota si divide in un primo atto, da me scritto sull’onda immediatamente seguita al “sasso” gettato in pubblico da Umberto Eco (dunque prendendo io per buono il rumore e le distorsioni che ne sono seguiti), e in un secondo atto, da me scritto dopo la “bustina” con cui  Eco stesso ha commentato la vicenda e messo ordinatamente il suo punto alla questione.

Echo, Alexandre Cabanel, 1874
Echo, Alexandre Cabanel, 1874

ATTO PRIMO

1.
Una cosa è sicura, con questa uscita sugli “imbecilli” di face book Umberto Ecco ha confermato il suo primato intellettuale in termini di massima visibilità sui media, guadagnando in spazi d’attenzione che dall’aula accademica si sono allargati sino all’informazione di massa e alla rete: e da quest’ultima si sono nuovamente riverberati sulla scena mediatica tradizionale. Un meccanismo virale ben noto: “piombo”, televisione e digitale s’accendono a vicenda. Ma non vince chi inizia a contare e neppure chi fa tana per primo: vince la quantità di chi gioca ovvero tutti contano (cantano?)e fanno tana l’un l’altro.
Alla visibilità tele-visiva l’autore di “Apocalittici e integrati” raramente si concede, ben sapendo che a negarsi al grande pubblico si guadagna reputazione su quanti del pubblico generalista si fanno mediatori per professione e vocazione. Dunque soprattutto chi scrive sulle stesse pagine in cui è Umberto Eco a scrivere (è il caso di dirlo: tante pagine insieme producono un “effetto eco”).  Ma  – stringi stringi – la sua è stata la presa di posizione di un cultore della pagina scritta nei confronti dei cultori della pagina digitale. Da questo punto di vista, si è trattato di un parlare a nuora perché suocera intenda, e cioè di un avvertimento indirizzato a quanti, perfettamente in grado di non essere degli “imbecilli”, frequentano l’imbecillità dell’intrattenimento in rete.
Per giunta Eco conosce alla perfezione ogni segreto della comunicazione, dalle avanguardie storiche alla pubblicità dei giorni nostri. E allora non escludo che abbia voluto divertirsi  (poi, lo ha ammesso lui stesso) a vedere popolarsi di sé i luoghi della rete col suo parlarne male invece che bene. Meglio: scegliendo di colpire la loro parte di male invece che di bene, del resto non di rado da lui stesso ammessa e anzi riconosciuta; riconoscimento, tuttavia, sempre e sin dall’inizio concesso di buon grado solo agli aspetti e alle doti più strumentali della comunicazione digitale. Dunque la sua uscita sugli “imbecilli” potrebbe essere stata altrettanto strumentale, ben sapendo cosa servisse a fare diventare davvero pubblica qualche battuta gettata lì tra le quattro mura di una università: vediamo come reagiscono, s’è detto; vediamo come rispondono; vediamo cosa hanno da dire o ri-dire. A lezione, un bravo docente universitario – e Umberto Eco lo è – crea spesso di questi tranelli. Rendono attenzione e insieme servono a capire le doti discorsive e argomentative di chi è in fase di apprendimento. Ma queste uscite provocatorie a volte servono anche a distinguersi dagli altri colleghi per quanto li si ritiene ossequiosi al senso comune. Insomma, un buon filosofo – e Umberto Eco lo è – conosce bene il metodo di farsi confutare per essere infine lui stesso a dire la propria definitiva verità.

2.
A rispondere d’istinto – a cogliere la palla al balzo – sono stato anche io: “C’è poco da sperare (o cessare di sperare) sino a quando intellettuali intelligenti come Eco (non tutti lo sono, anzi) resteranno inchiodati a questa tesi antica e insieme pericolosamente montante tra gente della stessa pasta culturale”. Perché “sperare” o “cessare di sperare”? Perché sono proprio i cultori della scrittura ad essere animati dalla speranza (dal “principio speranza”, vecchio grande slogan alternativo europeo) che la civilizzazione prevalga sulla “ignoranza”. Sul barbaro che non arretra ed anzi avanza. E perché “tesi antica e pericolosamente montante”? Perché ora il vecchio intento educativo dei saperi tradizionali (istituzioni e addetti delle istituzioni storiche) sembra essere in tutto recuperato e rilanciato persino da quanti inizialmente son stati stregati dalla rete: il “dal basso” che si sarebbe fatto eversivo montando alla stessa maniera dei movimenti organizzati, quelli con tanto di soggettività via via di classe o democratica o riformatrice o rivoluzionaria (da riflettere: a nascere dalle reti è invece stato un movimento privo di storia e spesso “balbettante” così da potere rientrare nella questione di cui stiamo qui parlando che in qualche modo  tratta proprio di differenza tra “cittadini” e “imbecilli”).
E dunque sono in molti quelli che ora tirano in barca la propria fiducia nei confronti della funzione e ricaduta sociale dei new media interattivi. Avevano sperato che si trattasse di strumenti finalmente “educativi” e invece si sono accorti che almeno per un verso essi possono essere “diseducativi”. E di conseguenza al servizio del capitalismo, quel capitalismo visto sempre più sentina di bisogni e consumi fallaci, nonché, appunto, profondamente diseducativi. Tanto più ora che la globalizzazione ha trasformato il capitalismo in Mondo. Infine, perché “pasta culturale”? Perché l’impasto dell’intellettuale italiano (o forse anche di quel fondo di italianità rinascimentale che è infissa nello status mentale degli intellettuali di tutte le patrie del mondo) è fatto di pasta tanto dura da non potere dissolversi in nessun suo futuro. E questo per il semplice motivo che s’è creato con la stessa pasta del soggetto moderno. Qui va ricordata una delle dimostrazioni più lampanti delle nostre religioni umaniste: il manifesto (su “il mulino”, 6, 2013) che ha legato insieme intellettuali pur così (apparentemente?) distanti tra loro come Alberto Asor Rosa, Roberto Esposito e Galli della Loggia, paradossalmente conniventi proprio per la loro simile vocazione politica. Eco fu assente, non lo firmò, ma credo solo per il fatto di averlo giudicato troppo ingenuo nel contrapporre la cultura (appunto la base umanistica che si identifica nella necessità della politica) alle scienze esatte (viste nel loro nesso scientifico-ideologico con il dominio della tecnica).

DanceDeathPrintingPress3.
Mi permetto qui di seguito di riportare, seppure rielaborato e “aggiustato”, quanto d’impeto ho scritto – come tanti altri – sul mio fb. E questa per me non è soltanto un espediente  di comodo, ma in qualche modo significa tenere conto di quel tipo di fonti, sostanzialmente anonime oltre che amicali e qualche volta professionali, di cui il pensiero si nutre quando scrive sulla rete.

Il punto cruciale del discorso di Umberto Eco lo si potrebbe considerare nella cornice di ciò che è da sempre accaduto nei processi di socializzazione propri della modernizzazione (in modo più potente, più potentemente tecnologico, più profondo ed esteso, dei modi di socializzazione precedenti, a cominciare dall’agire dei primi sacerdoti ovvero amministratori del sacro in contesti tribali): Eco rinnova la difficoltà culturale di includere nel proprio sistema espressivo esperienze di vita prima escluse. L’attuale solarizzazione dei linguaggi degli “imbecilli” sta mostrando una parte di mondo umano che non gode ancora di alcuna trasparenza per lo sguardo dei soggetti che tuttora si attribuiscono il compito di amministrare il mondo ad essi conformato, il mondo in cui sono stati generati e in cui si sono rigenerati almeno sino a quando hanno avuto pieno controllo sugli strumenti necessari allo scopo. Il mondo di cui sono competenti non è la parte di mondo “altro” e “ultimo” che va apparendo al loro e nostro sguardo. E che, facendo resistenza alla loro manipolazione, sta sfuggendo dalle loro mani. Nel bollare di imbecillità queste voci emergenti nella società delle reti, gli apparati culturali si scontrano di fatto con il proprio stesso fallimento, il fallimento della loro stessa opera di civilizzazione. E dunque rimuovono i corpi in cui queste voci “balbettanti” si incarnano. Si scrollano dalle spalle la carne che non sentono. Così non si fanno “idea” di cosa si nasconda dietro quanti non hanno saputo e di conseguenza potuto educare al proprio stesso sapere.

4.
Alcuni post ricevuti mi hanno fornito qualche indicazione utile alla discussione sul rapporto tra Eco e i social network: le forme di vita del presente tornano al passato quando e dove non sanno più pensare il futuro, quando non sono riuscite a tradire davvero la tradizione. E’ davvero un “peccato” che la più parte degli intellettuali non riesca a pensare la gigantesca capacità traduttiva delle reti dentro una nuova economia politica dell’abitare, una nuova antropologia. Non riesca dunque a pensare la necessità di una elaborazione di contenuti che corrispondano per sconnessione a quelli storicamente prodotti e sedimentati nella cultura classica (il moderno è l’apoteosi del classico) e nelle sue discipline; le istituzioni scolastiche tardo-moderne hanno creduto di potere conservare la tradizione moderna (le sue filosofie) divulgandola ed è stato qui l’errore (la deviazione) sostanziale, la scelta (decisione e quindi taglio) progettuale che ha più fruttato nel processo di modernizzazione in termini di potere per i suoi ceti dirigenti e per la potenza di cui essi erano espressione. Non si può pretendere di riprodurre culture e valori del tempo passato (i ruoli e i corpi che lo hanno abitato) se non arrivando a svuotare di senso la vita vissuta, riducendola appunto a “disciplina”, nel senso di modello, autorità e controllo. E infatti, a mancarci in quanto contemporanei è ora proprio un processo formativo (de-formativo, andrebbe detto) in grado di trovare piattaforme espressive in-disciplinate, spazi e modi per nuovi processi di auto-disciplinamento della persona. Non più della collettività: il medium che più sostiene la trasmissione di una tradizione.

Scrivere su fb consente di trovare connessioni che è la stessa rete a offrirti. Distrazioni dal discorso che vai facendo si rovesciano in attenzione: alle tue personali connessioni di pensiero, affidate alla memoria e percezione di sé, alla propria voce interna, se ne intrecciano altre, esterne, dovute al caso ma spesso – per serendipity – più “opportune”. Così, commentando il “caso” Eco, mi sono imbattuto in una intervista a Luciano Canfora in cui veniva rivendicata la centralità delle materie umanistiche in quanto studio delle lingue classiche e del pensiero filosofico. Tutto ciò ha molto a che vedere con la postura di un maestro di fronte a un “imbecille” e ci può suggerire che “imbecille” può essere invece la postura di per se stessa e cioè indipendentemente dall’intelligenza e dal sapere dell’uno e dell’altro dei due interlocutori, ciascuno con il proprio linguaggio. Nell’indicare la bontà formativa dei licei classici mi sembra che Canfora trascuri il fatto che le tecnicalità di cui essi si servono (lingue classiche e filosofie che fanno pratica di una forma mentis e di attitudini necessarie all’esercizio della politica) sono intimamente connesse a sistemi e modelli sociali completamente diversi dal presente, dunque mondi tanto diversi da richiedere tecnicalità altrettanto diverse. I buoni studenti dei licei classici sono davvero “buoni”? Oppure portano inevitabilmente con sé una visione ormai statica del mondo per il quale sono stati educati (educati, se davvero sono stati formati da insegnanti adeguati a farlo)? E questo persino quando – ed è vero – la loro mente è attrezzata assai meglio di quelle formate dalle altre scuole? Ma attrezzate a cosa? Sarebbero assai meglio a quale fine? Le tecniche non sono mai scisse dai fini: portano con sé i fini per cui sono state concepite. Qui sono tecniche del ragionamento, certamente. Ma ragionare è una macchina che può funzionare al di là dei pezzi – le componenti, gli ingranaggi – con cui è stata costruita?

J. Jonah Jameson, Daily Bugle
J. Jonah Jameson, Daily Bugle

5.
Un post inviatomi da Mario Pireddu – a suo tempo mi ha insegnato qualcosa sul post-umano – mi ha spinto a una considerazione da tenere presente. Attento al fenomeno culturale in sé per sé, ha concluso: “ … trovo stanco il vecchio gioco dell’appello contro la “barbarie che monta”, buono per ogni epoca e lanciato sempre – guarda caso – da qualche sacerdote del senso (religioso o laico che sia). In sintesi: non credo al progressismo, ma al metodo autocritico di Morin”. Tutto bene riguardo alla sua repulsione – da me condivisa – nei confronti di quanti ricorrono all’autorità di qualche classico del pensiero moderno a difesa totale o anche soltanto parziale del “frammento” di Eco (per quanto la logica di pensiero di questo suo frammento è la stessa della sua opera omnia, straordinaria eppure anche straordinariamente condivisa in ogni comunità scientifica occidentale).
Il problema che mi si è posto è nato invece dalla sensazione che si corra un rischio molto serio a ragionare sulla comunicazione stando al tranello in cui siamo sempre di nuovo gettati nel dovere schierarsi pro o contro le virtù dei social network: infatti si è costretti a convenire sulle stesse basi valoriali, sulla stessa linea di discorso, di quanti resistono ai new media così come di quanti ne osannano le qualità. Così pensando, ci si allinea sui valori progressisti e democratici che le due fazioni hanno di fatto in comune. E questo perché? In sintesi: perché ci sentiamo chiamati soltanto a dire se la rete sia fattore di progresso o di regresso secondo una sola misura, un unico metro, quello occidentale.
In conclusione: Eco, come tutti sanno (magari non tutti quelli che si sono scandalizzati per quanto ha detto loro), ha trattato in modo sopraffino le culture delle avanguardie e lo ha fatto con argomentazioni che in gran parte (si pensi alla distinzione tra opera aperta e opera chiusa) basterebbero – e di molto – ad assumere un punto di vista sui social net work assai diverso da quello in cui Eco persiste o fa credere di persistere. E questo dimostra quanto sia profondo il radicamento intellettuale nelle forme di un ceto storico aperto dal proprio interno verso l’esterno ma non disposto a concedere una stessa apertura dall’esterno all’interno della propria identità.

ATTO SECONDO
1.
Una volta letta la “Minerva” uscita su L’espresso, la domanda che mi faccio è questa: debbo buttare via l’intero Atto Primo? Debbo sbarazzarmene per il fatto di avere saputo dallo stesso Eco che mi son fatto complice della falsa diceria d’untore a lui attribuita per eccesso di disinformazione? Non credo. Nelle chiacchiere in rete – un poco come in quelle di vicinato o magari nel pettegolezzo alla Simmel – c’è sempre del vero anche nel falso e ovviamente del falso anche nel vero (a parte la terziarità che sovrasta questa dicotomia e comunque le soggiace). E dunque, per convincersi di quanto sia irrilevante se si sia trattato di sentenza emessa in una “lezione magistrale” o in una “conferenza stampa” e quale sia la sfumatura non razzista ma ragionevole da dare a “imbecille”, basta andare alla stretta finale, al fondo della “bustina” di Eco. Là dove, se mai avesse avuto intenzione di alleggerire se non giustificare la propria posizione, la ha invece pesantemente aggravata, arrivando a contrapporre il mondo della parola scritta al mondo della rete in termini tanto convinti da ritenere che l’”inizio di una nuova funzione della stampa” potrebbe essere quella di verificare la bontà o meno delle notizie e dei contenuti circolanti sul web. La stampa? Quella che fa così spesso domande tanto stupide su facebook?

E questo taglia la testa al toro. Siamo di nuovo nella più tracotante contrapposizione tra libro e linguaggi digitali o meglio – altrimenti non se ne esce – tra libro e vita quotidiana. Tra il soggetto moderno  e le forme di vita che ora ne costituiscono una mutazione senza precedenti. Non c’è alcun motivo di soddisfazione personale o ideale (chi sono io per farlo?) nel vedere questo ostinato limite in  un uomo di cultura come è Umberto Eco (e come io non riuscirei ad essere neppure dopo cinquanta anni di studio). C’è solo un gran sconcerto, perché lo si vorrebbe schierato altrove. Si vorrebbe che tanta cultura e capacità intellettuale si piegassero ad altri fini.

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