Credere e vedere (Tribù della Memoria, 2005)

Recentemente Adrian Tranquilli ha ripreso un tema a lui molto caro come le figure dei supereroi, in particolare Batman, nella sua mostra al Museo Archeologico di Napoli. Nel 2005 Tranquilli aveva generosamente offerto una sua installazione per la mostra “Tribù della memoria” (Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma), ideata e curata all’interno del Master in Ideazione, management e marketing degli eventi culturali dell’Università di Roma “La Sapienza”. Ricordo con piacere quell’evento e pubblico qui il testo a firma di Schizzo Frenik che accompagnava nel catalogo l’opera di Tranquilli. Buona lettura

batman
Batman di Adrian Tranquilli – Photo by Ribes Sappa http://bit.ly/1Od2OpU

La nostra è la realtà dei miraggi. C’è un vecchio detto: vedere è credere. Vedere per credere oppure credere per vedere. Modi di dire tanto saggi quanto veri per due punti di vista – appunto di vista – totalmente diversi. Il laico può accettare l’idea che vedere è credere e assai meno quella che credere è vedere, mentre l’individuo di fede si situa in una posizione esattamente rovesciata, poiché in sostanza egli crede senza vedere. Facile dunque distinguere tra una realtà che si vede e una realtà che si costruisce? Le parole la sanno lunga: nella parola teoria – che il laico convinto delle sue astrazioni cognitive pensa troppo spesso di potere gettare in faccia alle superstizioni della fede – ci sono significati che riguardano: specchi, feste religiose, spettacoli, contemplazioni. E anche ordinate schiere di culto.

Facile allora distinguere le manifestazioni di memoria laica da quelle di memoria religiosa? Facile separare la messa in scena di una Via Crucis da quella di una battaglia napoleonica o medievale, Madonna in quanto Madre di Cristo da Madonna in quanto diva rock, il Sacro Cuore del Redentore dal Sacro Cuore di Elvis, le reliquie di un Martire della Chiesa dalle lame contorte dell’auto di James Dean, il sangue di San Gennaro dal sangue dei film e fumetti splatter, un raduno di fervidi cattolici o evangelici fondamentalisti da una banda di tifosi di calcio, l’iconologia sacra dai graffiti metropolitani, Giovanna D’Arco o Santa Lucia da Lady Diana, San Sebastiano da Maradona? Oppure: un discorso di un politico in tv da quello di un predicatore o funambolo o venditore di spezie? Un vecchio manuale comunista da un vecchio breviario cattolico? Un santino da un cartellone elettorale o dalla pubblicità dei detersivi?

No, non è per nulla facile e ve lo dice uno che si chiama Schizzo Frenik: le feste laiche lasciano di continuo emergere rovine o attrazioni di tipo religioso, divino, sacro. Così, al contempo, le feste religiose si contaminano di scorie e schegge laiche. C’è chi celebra – la celebrazione è uso reiterato di memorie – con la nostalgia di una memoria divina e chi lo fa con il desiderio di appartenere al sangue della terra. E naturalmente – oggi in tempi di guerre diffuse, giocai – molti eccedono rispetto a questo doppio movimento interiore, a questa automatica commistione di sensi. Molti, travalicando queste spontanee indecisioni tra spirito laico e spirito religioso, scardinano la benevolenza dello spirito quotidiano, vi fanno ciechi e prendono a celebrarsi l’uno contro l’altro armati. C’è chi si sente nella storia e chi è asceso o precipitato nel sacro. Chi cerca legami e chi cerca di scioglierli. Chi si impegna per la vita e chi per la morte. Gli uni e gli altri toccano la necessità del male senza ritrarsi, senza avere dubbi, senza manifestare neppure nel loro linguaggio una parvenza di dubbio sulla salvezza che vorrebbero raggiungere, la memoria che vorrebbero ritrovare incontaminata.

Si dice che i legami abbiano sostanza immateriale, emotiva. Chi – su piccola o grande scala – ha il potere di costruire legami ha appunto la capacità (i saperi, le risorse, i mezzi) per intervenire sulle passioni e mediante queste dare sostanza, concretezza, spessore fisico, materiale, a ciò che altrimenti non avrebbe corpo, non prenderebbe vita, non avrebbe struttura e movimento, funzioni e regole, linguaggio e leggi. A questa verità si possono rimandare le teorie che hanno visto le tradizioni religiose tradursi, trasferirsi, nelle forme dello stato e della cittadinanza, dunque nel momento in cui la sovranità si fa spirito laico e il soggetto si incarna nell’individuo come identità sociale. Questo lungo transito – dal sentirsi come esperienza religiosa al sentirsi come esperienza laica – s’è davvero mai compiuto sino in fondo? O non si è trattato piuttosto di una progressiva, complessa sovrapposizione di diversi piani dell’esperienza quotidiana, in cui sfera religiosa e sfera laica si sono continuate a intersecare al di là della volontà e della consapevolezza degli interessati, cioè di quelli che sono tra loro, hanno tra loro relazioni e di conseguenza reciproche attrazioni e memorie in comune?

Vedere è credere: il problema del laico sta proprio in questo. Vede solo ciò a cui crede? Ma allora questo significa che il laico ritiene miscredente chi vede altro al di là del visibile? Con quale coraggio può dirlo? E poi già dirsi collettività di laici è prodotto di un gesto di fede (di una scommessa su niente), di una scelta religiosa (di un desiderio gettato nel vuoto). Di più: l’essere insieme è condizione necessaria a credere o non credere in qualcosa che sento simile a me, vedo simile all’altro. Credo meglio se c’è – vicino o lontano, reale o immaginario, al presente o al futuro – uno che crede insieme a me. Ma su cosa avviene l’evento di sentirsi simile all’altro? Si pensa che a domande siffatte non possano dare soddisfazione il mondo della comunicazione pubblicitaria e dei consumi. L’anatema di Mosè per il Vitello d’oro continua: non è vera fede quella di un popolo che, preso dalle paure del mondo, abbandona l’univocità e divinizzazione della Scrittura e si crea un oggetto capace di sollecitare identità e legami. Non è un popolo quello che si ferma nello spazio della quotidianità invece di continuare il suo viaggio per la terra promessa, la vera patria. Non è un popolo, è al massimo una tribù, una comunità nomade, che “raccoglie e fa festa” per sopravvivere al potere terribile della Natura. Una comunità politeista, uno stare insieme, cioè, di persone che di volta in volta – come singoli e come collettività – hanno un dio a cui rivolgersi per ogni momento, situazione, desiderio, dolore, felicità. Tante immagini hanno un senso situato, che fanno senso localmente, dunque in grado di costruire spaziature, territori.

Cosa è che fa comunità? E cosa tribù? Tribù versus comunità: allora dopo e non prima della mondanizzazione, sin dentro il sacro e il sentire ancora non alfabetizzato. Comunità versus tribù, laddove alcuni, nell’esprimere questa loro avversione, hanno a mio avviso qualche ragione in meno di chi – parimenti disgustato dalla parola società, dai suoi autoritari legami palesi e occulti, oggi s’oppone alle fiamme neocomunitaria in voga almeno quanto il neotribalismo.

Gli iconoclasti delle immagini comunitarie sono i disincantati, quelli che si sono aggrappati agli scogli dopo il naufragio della modernità e vedono nelle pratiche e retoriche dello spirito neocomunitario la vecchia idelogia fondatrice del capitalismo e del progresso tecnologico. Ovvero mettono a nudo, finalmente mondani sino in fondo a se stessi, la comunità come nostalgia e utopia al tempo stesso, cioè i due punti, le due stelle polari, della spietata retta su cui si è fondato l’abbandono del tempo ciclico e l’ingresso nel tempo finalizzato delle religioni monoteiste e infine nel tempo lineare del progresso. La comunità come spaziatura originaria che – proprio nel sentimento della sua perdita – perdita di ciò di cui manca la realtà da ricordare, di cui manca la memoria, perdita di ciò che è impossibile – si fa tuttavia garanzia e motore di presente e futuro. Controllo, consenso e premio finale.

Ma pensateci: la comunità si perse nel momento in cui lo sguardo abbandonando il cielo e si rivolse alle cose della terra. Allora le cose materiali del mondo si fecero visibili. A sua volta l’uso utopico che i moderni hanno fatto del sentimento comunitario si è fondato proprio sulle immagini della riproducibilità tecnica e ora virtuale di quelle stesse cose materiali da cui lo sguardo dell’essere umano veniva distolto in nome della sua esistenza – esser fuori – nel divino.

Di immagini sempre si è trattato, disposte – questa la loro potenza – sulle mobili linee di confine tra mondi interiori e mondi esteriori. Immagini, inganni, fantasmi: là dove desiderio e potere si saldano in forme. Dal primo brillare della natura alla mitica invenzione del fuoco. Dalla rappresentazione umanistica della città alle seduzioni del tempo libero e ai depliant turistici. Dal sacrificio alle civiltà del mondo antico. Dal crollo occidentale del paganesimo religioso al crollo mondiale del politeismo dei consumi. Questo è il passaggio in cui la parte più oscura della persona – multiversa, multitudinaria – ha l’occasione, anche tecnologica, di tentare un immaginario diverso.

Schizzo Frenik

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