Bikini, 1946-2016

[il seguente testo è nato dalla richiesta di Stefania Vitulli per un suo articolo pubblicato su Panorama del 20 luglio 2016]

Villa_del_Casale_-_jeu_de_balleOrmai le soglie tra pudore e oscenità si sono fatte sempre più rarefatte rispetto al pubblico scandalo che fecero le prime apparizioni di donne in bikini (apparizioni consacrate e diffuse dalle “divinità” del cinema con tutto quanto esse hanno comportato nei costumi contemporanei, nelle temperanze e intemperanze familiari e generazionali). Scandalo tanto forte, fu quello, da alludere paradossalmente alla guerra grazie alle libertà con cui il linguaggio umano può stringere in una sola “cosa”, in un medesimo significante, la tragedia della bomba atomica e l’esplodere del desiderio, la catastrofe novecentesca e i consumi della cultura di massa. E di certo qui è proprio il peso sociale del maschio a fare da collante tra moda e guerra. Ma c’è stata e c’è anche l’emancipazione di una cultura femmile che tiene testa ai pregiudizi di cui le culture maschili sono complici e tenutarie.

Da tempo il bikini è ormai innocuo ed anzi si avvia ad esserlo anche la sola mutandina, magari persino prosciugata in tanga. La sua ragione più forte è semmai soltanto quella di marcare la differenza tra le condizioni fisiche, gli stili di vita, delle donne in grado di indossarlo e quelle che invece non possono “premetterselo”. Ad esempio per ceto (un bikini costa poco ma, per servire davvero, per farlo funzionare, ha bisogno di un ambiente economico e culturale adeguato), oppure per distanza dai canoni estetici dominanti, e dunque anche simbolici e affettivi, oppure e ancor più crudelmente per età, deperimento della carne. Insomma il bikini è la divisa di un sistema di vita (ginnastica, diete, massaggi, tempo libero, vacanze, turismo, spettacolo, valori) contro condizioni di vita “minori”, quelle che non fanno moda eppure ne costituiscono il carburante universale. Ma questo, nella realtà anfibia, a doppio regime, dei consumi, significa anche che il bikini può trasformare l’esperienza della sua semplice “indossatrice” in immaginazione creatrice. In qualche misura la fa vivere realmente in bikini.

Il gioco seduttivo da sempre perseguito dalla moda di ogni epoca è consistito nel coprire e scoprire la pelle di donna al fine di alludere continuamente alla sua nudità integrale, ma per ciò stesso anche alle interdizioni sociali che ne impediscono la piena rivelazione. La sua originaria “sacralità”: tutto ciò che le religioni della famiglia hanno sigillato nel “non detto” della procreazione. E allora si capisce benissimo che ormai, in questa epoca sempre più post-novecentesca, sempre meno religiosa in senso moderno e sempre più tribale, resta ancora da liberare e offrire allo sguardo comune, in comune, una sola porzione di carne: è la “cosa” dipinta da Gustave Courbet e intitolata l'”origine del mondo” (chi la posta su fb continua a rischiare di essere “oscurato”).

Da anni ormai è montata l’attesa per una moda che possa consentire la stessa libertà  praticata nelle “riserve” dei nudisti o da sempre concessa nei boudoir fisici e virtuali della pornografia. Il corpo della donna nuda è stato sempre un territorio conteso da diversi poteri: la sfera del desiderio, la sfera dell’immaginario e dei suoi simboli, la sfera delle interdizioni sociali, dell’ordine pubblico, delle religioni, delle abitudini personali. C’è complicità tra lo sguardo che la donna in bikini impone all’uomo e lo sguardo che l’uomo impone alla donna che ha scelto di indossarlo … di “svestirsi per indossarlo”. Ma, proprio varcata la soglia della complicità si apre la competizione, la contesa, su ciò di cui si è complici: i conflitti più profondi s’accendono proprio nella guerra di quartiere, identitaria, che si accende in un territorio che appartiene ad ambedue le parti.

Tuttavia, ora c’è da riflettere sulla normalizzazione del bikini – tanto da essere argomento archeologico – e domandarsi quindi se la società non abbia bisogno di una strategia della moda più avanzata o totalmente altra per arginare conflitti di genere e di sesso che sembra stiano emergendo dall’esterno dei dispositivi di regolamentazione dei sistemi della moda classici. Classici appunto come quelli che hanno creato il bikini e la sua straordinaria fortuna.

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