Napolitano tra Politica 1 e Politica 2

Sul mio diario FB del 10 settembre ho scritto qualcosa In risposta a un post di Ida Dominijanni contro Giorgio Napolitano: “so bene che questo mio commento risulterà irritante a molti (e cercherò di spiegarmi meglio lunedì nel mio blog), ma intanto ecco qui a caldo. Ho dato prova ripetutamente di non apprezzare la figura di Giorgio Napolitano (http://espresso.repubblica.it/…/presidente-salvi-l… ) nel senso che non condivido niente della sua figura culturale (degli strumenti professionali acquisiti dalla sua personale vocazione e visione del mondo presente, dei contenuti su cui ha fatto e fa perno – da cui deriva – la sua “qualità” di leader politico; ma resto insensibile e persino un poco irritato, disturbato, dalle posizioni che contestano, su basi ideologiche, storicamente e socialmente decotte, l’operato di Napolitano, e lo fanno scambiando il suo realismo soltanto per opportunismo o tradimento: il suo operato ha dato prova di sapere fare, praticare, la politica al posto di chi non ha saputo creare l’occasione per farlo, quindi agendo contro quanti in questi decenni hanno mostrato ampiamente di essere inadeguati a rispondere politicamente alla montante crisi sociale dei regimi di potere della globalizzazione. La politica è tutta questione di tempismo (il possibile vince sull’impossibile): sinceramente non so se il sistema Italia – stressato com’è al suo interno e dal suo esterno – sarebbe sopravvissuto senza l’operare politico di Napolitano, quanto si vuole imperfetto e pieno di errori e sviste anche gravi, gravissime dal suo stesso punto di vista. Ma forse in mano ad altri poteva accadere anche di peggio. E la marginalità dell’Italia nel quadro internazionale poteva diventare assai più grottesca di quanto sia ora …”.

Ora provo qui a dire meglio e un poco più ordinatamente la mia posizione sul “caso Napolitano”. Mettiamola così:

a) uno come lui – per storia e perseveranza, impegno e tensione nella politica giorno per giorno – è stato sin dall’inizio del suo riformismo, o migliorismo che si voglia, quotidianamente teso a sovrastare sui suoi “nemici” e “concorrenti”: quelli che lo ostacolano dentro e fuori del proprio partito e dunque di ogni prospettiva o ideologia che non torni “utile” alla sua affermazione. Per molti quadri militanti, quale sia il loro partito o la posizione che vi occupano, questa tensione personale diventa una pratica che si spinge fatalmente oltre il proprio stesso partito e persino oltre la propria appartenenza sociale e culturale.  È pura e semplice affermazione di sé. Per Napolitano (date anche le caratteristiche di una tradizione comunista a lungo meno duttile e assai più resistente al mutamento teorico e culturale di fondo rispetto ad altre tradizioni politiche), si è trattato certamente di in una sorta di continuo  rinnovamento “tattico” di sé, al quale va riconosciuta una forte logica di conservazione e adattamento del proprio sentimento politico al proprio ruolo burocratico (… altrimenti la sua progressiva autorevolezza sulla sinistra storica non avrebbe avuto il tempo e lo spazio necessari a realizzarsi: Napolitano ha in qualche modo atteso che il destino del comunismo italiano trovasse in lui il suo finish).  Napolitano ha “riempito” la propria identità di dirigente politico e di statista con le mediazioni e “soluzioni” di cui è stato obbligato a servirsi per “vincere” (del resto in questi “quadri” di partito, questi militanti di lungo corso, resta sempre difficile distinguere cosa venga prima, cosa pesi di più, tra la necessità di sopravvivere personalmente all’avversa sorte delle convinzioni altrui, e di contro la necessità ideologica di far sopravvivere le proprie convinzioni).

b) di queste convinzioni, restando dentro il cerchio magico della politica moderna, è ben difficile e anzi impossibile dare una definizione obiettiva a meno di non uscire per intero dalla sfera politica così come viene pensata e agita da tutta la sua classe dirigente: quali siano le sue divisioni e i suoi opposti fronti, essa è votata a scontrarsi subendo e imponendo sempre lo stesso linguaggio mentale e emotivo, sempre esprimendosi in una sola qualità e un solo regime di senso.

c) il giudizio su Napolitano cambia allora radicalmente quando il suo operato venga visto al di fuori della politica in cui ancora si dibattono teorie e partiti del conflitto moderno interamente affogati nelle loro tradizioni storiche: allora Napolitano diventa un esempio eloquente dell’incapacità di “aggiungere” un qualche contenuto in più alla sua consapevolezza della situazione terminale in cui è stato chiamato ad operare. Allora non basta più che si sia mostrato ben dotato del senso di responsabilità di chi guarda alla governabilità della situazione presente invece di affidarsi a opzioni inesistenti o troppo azzardate: non credo sia più il tempo di rivoluzioni che si pensano al futuro mentre il presente è prossimo alla catastrofe, è senza più “tempo”, e in cui si tratta di vita o di morte.

d) sono due le “politiche” in cui si dovrebbe iniziare a dividersi la visione dei conflitti di potere. Per un verso è quella sfera politica giunta ora al massimo delle sue storiche contraddizioni: quella che continua ostinatamente ad appartenere alla scena pubblica, nazionale e internazionale, delle nazioni del presente: ad ogni destra o sinistra o altra loro rielaborazione politica, quali ne siano gli interessi e gli obiettivi: sociali, anti-sociali, democratici, dittatoriali, progrediti, barbarici. Per altro verso è quella che traspare dall’agire politico post-moderno: epoca terminale della potenza finanziaria sopravvenuta e sovrastante l’epoca del capitalismo storico e quindi di tutte le sue forme di conflitto e di governo. Per chiarezza proviamo a chiamare queste due visioni politiche Politica Uno e Politica Due: la Prima, nel suo morire, dovrebbe avere almeno un “sentore” della Seconda. Napolitano, chi lo sostiene o ne è sostenuto, e chi lo critica non hanno alcun sentore di tal genere. Non hanno alcun presentimento di Politica Due.

e) si tratta di un presentimento culturale di cui dovrebbero godere quelle iniziative – pratiche dell’abitare sull’abitare – il cui obiettivo potrebbe essere quello di elaborare e trasmettere i contenuti comunque necessari ad un ceto dirigente messo nella condizione di dovere affrontare il futuro tragicamente immediato e irreversibile che ci attende. Il futuro di cui ci si dovrà fare carico per poterne sostenere gli effetti: per non esserne annientati. Se Napolitano fosse riuscito ad essere quello che non è mai stato, se avesse avuto un qualche presentimento sulla miseria di se stesso e della sua classe dirigente, della eredità culturale che ha fatto sino in fondo il suo tempo e le si è estinta dentro, allora non avrebbe potuto mai accettare di lasciare allo sbando e alla deriva della globalizzazione i processi formativi (scuola e università). Cioè non avrebbe fatto progredire invece di tentare di indebolire se non estinguere una classe dirigente ormai soltanto “incapace” quanto “pericolosa”. Avrebbe lasciato penetrare in Politica Uno qualche enzima di Politica Due. Questo era forse possibile almeno come tentativo.

Commenti

  1. Eco Slim says:

    Napolitano’s management of the events caused unprecedented worldwide media exposure regarding his role as President of the Italian Republic, a role normally regarded as largely ceremonial.

  2. Ennio says:

    Napolitano viene attaccato per aver firmato alcune delle leggi approvate dal Parlamento su proposta del governo, giudicate in maniera molto critica da una parte dell’opposizione.

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