Il medium Dylan

Sul blog di Gabriele Caramellino su Nova è uscito un mio commento sui 30 anni di Dylan Dog. Ho sviluppato un poco quel che è pubblicato lì, in un breve testo che pubblico qui.

Questa mia noterella sulla tradizione di Dylan Dog si riferisce a una sola immagine. Esemplare. Me la sono trovata nella forma di una singola pagina strappata da chissà dove e sperduta tra le copertine dei numeri di Dylan Dog in mio possesso. Sono conservati insieme a tanti altri, pubblicati da editori e autori diversi (italiani e stranieri) dai primi del Novecento sino ad oggi. La mia libreria non espone un tale genere di collezioni per autentica vocazione amatoriale ma in vista di un progetto che non sono mai riuscito a realizzare sistematicamente: utilizzare singole strisce e più ancora dettagli o frammenti di esse, in modo da isolarle dal loro contesto narrativo e farle invece funzionare su un altro piano espressivo, estraneo solo in parte al fumetto di provenienza e alle sue specifiche forme di affezione o culto, ma potenziato su altra scala culturale. Comprensiva di una testualità assai più espansa invece che localizzata in una striscia. Pratica di una serie di tagli di parti del disegno originale grazie ai quali la sua amputazione guadagna piuttosto in originarietà. Qualcosa di analogo a quanto hanno fatto molti artisti ma, nel mio caso “minore”, si tratta di immagini tradotte più esplicitamente sul piano tematico, forse sociologico, di rappresentazioni del mondo quotidiano delle cose e del vivente. Distratte dalla propria matrice – che, in una ben nota e insistente nomenclatura critica e ideologica, si definisce come “distrazione” – esse si fanno invece “concentrati” di irradiazione mentale e emotiva. E’ straordinario quanto i fumetti sappiano offrire immagini di incredibile capacità simboliche in grado di schizzare fuori della linea narrativa e visiva alla quale appartengono. Facendosi “multi-versali”. Recise dal testo di appartenenza – non di rado ordinario, appesantito da pezze d’appoggio storiche o psicologiche o didattiche – esplodono con una densità immaginifica in tutto straordinaria, fuori dell’ordinario.

dylan_dog
L’immagine che qui propongo è occupata – colonizzata – da “milioni di libri”. Grazie al canto e controcanto di Dylan e Groucho, il tema è trattato sul fronte della carta e della sua pesantezza, pesantezza della scrittura e del pensiero alfabetico: una sfera – il “volume dei volumi” – alla quale, in modo comico e non dialettico (dunque tragico), si contrappone ed anzi giustappone la “barbarie” dei civilizzatori. Civilizzatori per mezzo di catastrofi: quelli che i libri li mettono al rogo, li consumano davvero in modo integrale, per eccesso di dominio, oppure quelli che – per analogo eccedere della propria stessa volontà di potenza e necessità di sopravvivenza – ne hanno fatto la loro più sofisticata tecnologia. E insieme sul fronte della cultura orale, della voce, della persona. Dell’abitare invece che del fare società. Non manca un riferimento alla distinzione gramsciana tra lavoro manuale e lavoro intellettuale. Magari anche alla nuda vita dei nuovi cognitari postmoderni. Abbastanza per scrivere un saggio alla Gabriele Frasca, tra i migliori mediologi contemporanei che io conosca.

Non ricordo più a quale storia appartenga la situazione messa qui in immagine, lascio che a ricordarsene siano i veri collezionisti della serie infinita di episodi che hanno creato un eroe tanto particolarmente caro ai lettori di fumetti di più generazioni. Ma si tratta di una pagina che da sola dice moltissimo forse tutto sulla qualità prestigiosa della testata bonelliana di cui oggi si continua a onorare ancora sempre di nuovo la sua durata nel tempo e nello spazio. S’è più volte giustamente sottolineato (Luca Raffaelli, Sergio Brancato, Gino Frezza) quanto la sua fortuna non appartenga solo allo specifico, genialmente mirato e raffinato,  format e eroe di un genere in tutto spurio, contaminato, eppure in tutto fantastico, ma sia spiegabile soprattutto facendo riferimento all’intero apparato di produzione e consumo della sua casa editrice, sapientemente fondato sulle forme di creatività di un modello di industria culturale nato e sviluppatosi a misura del pubblico italiano: modello in cui alla macchina di produzione si affianca la duttile qualità di laboratorio artigianale e familiare.

Così tanti libri in scena alludono alle fonti di cui si serve la scrittura di Dylan Dog e delle sue storie:    ci spiegano quanto la fortuna di questa testata sia interamente affidata al lettore, all’universo delle sue letture, dei libri e dei film che ha memorizzato. Il lettore di casa Bonelli è protagonista grazie alla propria memoria. All’esperienza della propria memoria. Alla sua automatica rievocazione al presente. Ho tra le mani “L’alba dei morti viventi” di Sclavi & Stano (numero 1, seconda ristampa, del 1 giugno del 1991). C’è da pensare comunque che anche un lettore privo di letture pertinenti,  senza qualità specifiche, con una più ridotta capacità reattiva rispetto al lettore enciclopedicamente e amatorialmente edotto nel campo dell’immaginario horror, funzioni dentro la trama intessuta dagli autori con grande abilità tecnica nel compensare l’incompetenza di genere e la povertà mnemonica della sua lettura con l’efficacia degli effetti utilizzati, con la loro immediatezza. Ma è per il lettore esperto che la creatività della serie lavora strategicamente. E’ nel suo sofisticato esercizio che il lettore si fa dispositivo attivo del testo e l’autore si esercita al contempo a immaginare il lettore e renderlo protagonista. Suo simile.

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