La fruizione di cultura tra nuove e vecchie tecnologie

ISTAT

Impressioni del giorno dopo: un convegno ISTAT al quale ho partecipato e che s’è chiuso confermando se non altro il vasto ventaglio di discipline coinvolto nella ricerca statistica oggi, in tempi in cui scienze e retoriche dei “dati di fatto” vivono di linguaggi digitali che danno massima garanzia di “verità” tanto quanto di “finzione”, in virtù della loro potenza estrema di manipolazione. Riguardo alla sezione “Fruizione della cultura nel contesto digitale”, che mi ha riguardato, c’è stata poca e anzi pochissima affluenza di ricercatori e docenti di “processi culturali e comunicativi” (mi convinco sempre più che la comunità di studi sui linguaggi espressivi è scelleratamente dispersa dalle condizioni in cui è stata gettata l’università con le istituzioni di cui si compone a monte e a valle). E’ stata mortificata la sua funzione formativa sul piano della “vocazione”… ed è di vocazione che c’è bisogno per avere interesse a discutere insieme motivazioni e valori dell’innovazione tecnologica: ci vogliono soggetti interessati a confrontarsi sul mondo presente che li chiama, li con-voca, a esprimersi, a esprimere la loro “posizione”, avendo non solo sensibilità ma anche tempo a disposizione per farsi e desiderare di farsi sensibili. Al contrario, invece, le tecnicalità in cui si produce e consuma il lavoro istituzionale sono interamente dedicate alle pure e semplici tecnicalità delle professioni, attività interamente impegnate a rinnovarsi riproducendo vocazioni obsolete.

E’ indicativo il modo in cui ancora viene posta la questione delle statistiche sulla “lettura” che sembrano viziate, continuano ad essere viziate, dal presupposto che si possa ricavare una valutazione di “contenuto” e insieme di “valore” dai dati raccolti su chi legge o non legge libri o stampa periodica (arrivando, nelle prospettive di monitoraggio più attente alla frantumazione digitale dei testi, a credere di poterlo e doverlo fare anche per testi verbali di ogni tipo e formato, come accade nelle relazioni di rete). Sono passati decenni da quanto la natura – la radice genetica – di una specifica piattaforma espressiva è stata trovata nei mutamenti dell’abitare, nel “basso continuo” della vita quotidiana e dei suoi conflitti di potere, ragione per cui la nascita di un medium nuovo è stata ritenuta il culmine di una necessità antropologico-culturale fattasi già presente all’esperienza umana (una prospettiva in cui l’origine si rivela nel futuro). Sono passati anni da quando la riflessione mediologica (mediologia al posto di sociologia e quindi media come mondo, come territorio – sfera – dell’esperienza vissuta compresa quella sociale) ha cominciato a definire la progessione metropoli-cinema-televisione basandosi sulle funzioni traduttive del dispositivo della sceneggiatura (scrittura che governa l’immagine), apparato a sua volta generatore – rivelatore – dell’intrattenimento conversazionale in rete, insieme/insiemi/punti di in-finite coversioni di senso).

Lo ha fatto sulla scorta comunque di una letteratura teorica già molto attenta a non separare la natura polimorfa di un testo scritto dalla sua parola viva, dalla “voce” (vocazione?) emergente dalla sua stessa lettura (pagina scritta, fissata, ma “liberata” dalla sua lettura in un altrove scon-finato non solo di significanti ma per ciò stesso di significati). E quanto più questa dinamica in-finita, iper-testuale veniva individuata a valle della scrittura, tanto più diventava individuabile a monte della scrittura. Ma di tutto ciò che alcuni di noi hanno cercato di dire a proposito dei media non c’è traccia o quantomeno viene raramente ripreso, proprio ora che la multimedialità e interattività delle piattaforme on line sarebbero una grande occasione per farlo.

Le statistiche sulla produzione e fruizione di cultura attribuiscono valore alla qualità del medium partendo tuttavia non dalla natura effettiva del medium (sarebbe la prospettiva di McLuhan) ma partendo dal valore che le istituzioni culturali attribuiscono al medium. L’idea dominante, egemone, è quindi quella di ritenere che la pagina scritta, la sua fissità, occupi il primo posto nella gerarchia dei valori da preservare nell’ordinamento sociale delle forme di comunicazione. E questo giudizio a priori fa sì che chi legge di più sia più “cittadino” di chi legge di meno. Magari più “politico” oltre che più “domocratico” e “civile”. Interi prontuari di clausole pregiudiziali di questo genere governano sulla scrittura e lettura dei dati statistici riguardo ai consumi culturali (generi di spettacolo, generi televisivi, ecc). Insomma la cultura come istituzione – aggregato di valori egemoni in virtù dei ceti e apparti egemoni – è ritenuta arbitra sui consumi culturali. Quando la ricerca statistica non abbia sin dall’inizio adulterato l’oggettività dei dati raccolti, è la loro interpretazione e uso a farlo.

Per concludere: nella “stanza” in cui sono convenuti alcuni di noi – “reduci” da quasi mezzo secolo di riflessioni sui consumi culturali – di giovani vocati a discutere non ce ne sono stati, per quanto la giornata fosse stata introdotta in modo stimolante. Riporto da questo post di De Biase, anche lui presente al convegno: “Questa crisi non è un periodo che termina con il ritorno alla crescita. Questo periodo è un periodo di trasformazione che termina quando ci saremo adattati. Nella dinamica culturale questo adattamento parte dalla presa di coscienza dei cambiamenti strutturali che sono intervenuti. L’avvento del digitale non è il futuro ma il passato. Il 98% dell’informazione registrata, nel mondo, oggi, secondo Martin Hilbert è registrata in formato digitale. Questo ha cambiato l’equilibrio tra le risorse: non è più scarso lo spazio per pubblicare, ma il tempo, l’attenzione, la rilevanza. La crisi del discernimento è provata, la disinformazione è studiata, la crescita delle eco-chamber è definita. Se emerge un bisogno crescente di qualità dell’informazione, quale può essere il percorso per soddisfarlo? Forse non si tratta “fruire” della cultura: ma di vivere appieno la dimensione culturale”.

Commenti

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>