Sulla post-verità

Scrivo questo post come commento all’articolo di Mario Pireddu sulla post-verità pubblicato da Doppiozero. Una sana doccia fredda sulle credenze umane e sociali che internet produce e consuma. Alla filosofia culturalmente e politicamente isterica e psicotica del “post-truth”, Pireddu alla fine di questo testo si “accontenta” di contrapporre la regola scettica, il buon senso tattico della cautela preventiva, la legge cautelativa del giudizio critico verso se stessi e verso l’altro da sé. Ma nel corpo del suo testo l’argomento viene trattato in modo radicale. Si tratta di una analisi condotta sul vivo delle superstizioni correnti, a partire da un felice esordio sulla percezione della verità da parte di chi ha pensato e pensa che non ci si debba fondare sulla condivisione della differenza tra verità e menzogna – in realtà condivisione dei suoi presupposti invece che dei suoi risultati – ma piuttosto sulla pregiudiziale in-validità del discorso veritiero (che sia di matrice religiosa, etica, razionale, scientifica, automatica ovvero “numerica”):

“Le verità vere sono quelle che si possono inventare”, scriveva Karl Kraus circa un secolo fa. Lo scrittore e polemista austriaco, celebre anche per i suoi aforismi, amava dire che chi esagera ha buone probabilità di venir sospettato di dire la verità, e chi inventa addirittura di passare per ben informato. Più o meno nello stesso periodo, lo scrittore anarchico statunitense Ambrose Bierce definiva così il termine verità nel suo splendido Dizionario del diavolo: “ingegnoso miscuglio di apparenze e utopia”. Veritiero nel libro di Bierce equivale così a “ottuso, stolto, analfabeta”. Con tutt’altro approccio, nel 1967 Guy Debord scriveva che “nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso”. Il filosofo Baudrillard, riprendendo il Qōhelet, ci ha informati invece della scomparsa della realtà, sostituita dalla realtà dei simulacri”.

Riporto l’incipit dell’intervento per insistere su quanto definizioni di verità come quelle elencate da Pireddu non siano assolutamente diventate patrimonio comune, condiviso, in qualsiasi discorso – ordine del discorso – pubblico e privato. Non sono riuscite a diventarlo, ma al massimo sono state relegate (per assolverne il significato) nello spazio letterario e dunque in una dimensione simbolica, finzionale, immaginaria, zona di eccessi passionali, anarchismi, fughe liriche, freddure e paradossi. Narrazioni, insomma, invece che fatti. Mentre invece sappiamo bene quanto la intera tradizione filosofica delle teorie sulla verità sia straordinariamente ricca di posizioni contrastanti. Ma il fatto è che la loro complessità, sempre di nuovo al limite dell’indecidibile, non può immediatamente tradursi in principi pratici, in scelte operative. In forza e potere. Tra il tempo e lo spazio impegnati a decidere il paradosso di un “vero” statuto della verità e il tempo e lo spazio del “che fare” – della  verità, questa sì, del necessario – la storia non ha potuto che privilegiare l’urgenza di agire senza dare ascolto alle sottigliezze del pensiero, anche quando razionale. C’è una razionalità dei fini – dunque dei loro soggetti – che è sovrana sulla ragione stessa. Vince il “taglio”, la giusta “ferita” della decisione. La retorica più adatta all’obbiettivo da conseguire. Ad ogni interlocutore sociale e decisore interessa assai più rafforzare la sua posizione legittimando la propria verità sulla base di una idea di verità oggettiva. Una mossa esclusiva volta a nascondere la propria soggettività, il proprio interesse di parte, dietro lo scudo di un valore appellabile solo a partire dalla sua accettazione come unica base di discussione (un poco come la città per valere ha avuto inizio da un recinto).

Il problema della verità emerge oggi al punto di massima con-fusione tra regimi di senso della società di massa e regimi di senso della sua scomposizione (e ricomposizione?) nella società delle reti.  Questa va sconvolgendo le retoriche sulla opinione pubblica, che – a differenza delle etiche attribuite all’informazione, alla quale i regimi democratici hanno attribuito la funzione di fare da alibi del carattere arbitrario dell’opinione pubblica – non ha mai potuto godere di uno statuto di verità oggettiva ma solo della legittimità sociale di una volontà collettiva egemone in quanto maggioranza emergente, diritto del più forte, forza che si fa generale. Di fatto non è quindi la sua verità che conta ma l’intensità del suo desiderio. Con l’avvento dei social network – dotati di modalità di informazione radicalmente diverse da quelle della società di massa – i saperi che hanno storicamente e socialmente presidiato l’idea di verità decretano che saremmo precipitati in un mondo che non distinguerebbe più il vero dal falso, ragione per cui le notizie false si diffonderebbero proprio grazie alla sostanziale anarchia delle piattaforme digitali. Complice e/o causa di questo smarrimento del vero, sarebbe la perdita di autorevolezza delle tradizionali agenzie di socializzazione della civiltà moderna:  “C’è chi dice che una volta scomparsa l’autorevolezza chiunque si ritiene in grado di esprimere giudizi su qualunque tema, e da qui emergerebbero le post-verità”. La qual cosa porta anche a dire che a disgregare l’autorevolezza delle istituzioni sociali è stato proprio l’avvento delle reti in quanto forme di territorializzazione, de-territorializzazione e ri-territorializzazione, alternative (se non in tutto diverse) ai mezzi di comunicazione tradizionali come libro, stampa e derivati, veri e propri pilastri delle verità su cui si fonderebbero gli “attori” della società. La domanda da farsi è dunque essenziale: “Ma quali sono le cause reali della perdita di autorevolezza delle agenzie tradizionali”?

Pireddu affronta la qualità del dibattito in corso – montante a misura del montare stesso della crisi sociale di governabilità – tra quanti insistono ad attribuire alle nuove tecnologie di informazione e intrattenimento l’opera di falsificazione della verità, il reale o supposto incremento di false verità e gli effetti negativi di cui sarebbero la causa principale, e quanti vorrebbero fare ricorso proprio a correttivi tecnologici per garantire verità certe agli utenti dei social media. Ai primi – concedendo loro una qualche buona intenzione, una prospettiva non direttamente strumentale, l’astenersi dal doppio gioco tra false verità – risponde correttamente:  “perché trovare un colpevole nella tecnologia e non riflettere invece sullo scarso livello di responsabilità sociale che abbiamo prodotto negli anni”? Sta di fatto, purtroppo, che nei tanti rumors su questo nodo cruciale assai raramente viene applicata una corretta visione del rapporto tra tecnica e società, così come tra tecnica e individuo. La prospettiva mediologica – “il medium è il messaggio” e il messaggio e insieme messaggero è la natura umana – continua ad essere soppiantata da una cattiva sociologia dei media e da una violenta ideologizzazione della realtà, da una tradizionale falsa coscienza professionale e politica. Su questo piano non possono esserci molte possibilità di uscire dal circolo vizioso del soggetto moderno.

Alla  schiera di quanti si augurano di potere blindare la rete, rendendo complici tra loro valori e mezzi, contenuto e veicolo – e quindi blindare dall’esterno, a priori, dall’alto, la differenza ma anche l’equivalenza tra verità e menzogna – sembra facile oltre che corretto rispondere che “c’è da stare attenti alle richieste di un controllo della verità da parte di soggetti come Facebook e Google”. Certo è che, se la rete fosse frutto esclusivo, emanazione unica, dei regimi di senso della società moderna, allora le politiche di Facebook e Google – se orientate verso una costruzione scientifica, numerica, della verità – sarebbero in perfetta continuità con le politiche di regime della modernizzazione. Sarebbero inevitabili. Se non fosse che il capitalismo storico ha dovuto crescere per mezzo del mercato e dunque incrementando di continuo il desiderio, la  violenza invasiva, della persona umana e di ogni essere e cosa vivente, a tal punto da risultarne disintegrato e dare luogo – liquidati i dispositivi di governo approntati dalla democrazia come garanzia di verità, quindi l’informazione e l’opinione pubblica di cui sì è qui detto – alla attuale sua dimensione finanziaria.

Che i new media – la nuova terra, il mondo nuovo che abitiamo seppure come è sempre stato con minore o maggiore grado di adattamento – siano accusati di pratiche menzognere è un dato di fatto: l’accusa è trasversale a chi li usa e a chi non li usa, a chi li ama e a chi non li ama. A nativi e stranieri. Incantati e disincantati. Amici e nemici. E’ una vox populi: tanto che sarebbe una questione da inserire nel gran dibattito odierno sul populismo. Dunque nella sfera in cui l’astrazione concreta di popolo è giocata in comune tra potere egemone e potenza di chi non ne condivide la sovranità. C’è una prospettiva che a mio avviso potrebbe essere approfondita. La pulsione generalizzata a credere false le verità date per vere e vere le verità date per false potrebbe non venire dall’esterno, dalla prova provata, pubblica, che proprio questo arbitrio accade in rete. Dunque nascerebbe invece dall’interno delle persone come effetto di una causa, una variabile, in tutto indipendente dalla facoltà che la rete consegnerebbe all’utente dandogli la facoltà di mentire o meno. Questa pulsione potrebbe invece essere una scelta – per quanto nuova, per così dire naturale, di nuova natura – dell’utente portato di suo, di sua propria volontà, e non d’istinto ma scientemente, a usare il metodo e la tattica della menzogna. Il ragionamento, per funzionare, deve partire dal fatto che la differenza tra verità e menzogna – della menzogna fatta passare per verità e della verità fatta passare per menzogna, ma dunque comunque differenze e indifferenze assunte al rango di uno stesso valore – ha le sue radici nella differenza tra il bene e il male. Comunque personale, anche quando espressione di un ruolo sociale, la conversione dei singoli all’intrattenimento digitale – la sfera alla quale interattività e multimedialità danno la consistenza di mondo – si fa quindi manifestazione di una assoluta equivalenza tra bene e male. Della legittimità strumentale non della loro distinzione ma della loro assoluta compatibilità. Se si analizza la più parte delle serie televisive di ultima generazione, ci accorgiamo che questo sentire del soggetto rispetto ai suoi bisogni, e alla qualità stessa della propria vita, è diventato assolutamente dominante. La finzione non porta alla vittoria del bene sul male. Ogni forma di legge, di principio e regola, soccombe alla verità della persona in quanto esclusiva affermazione di se stessa. E questa, si deve ammettere, è una rivelazione da non poco di ciò che è realmente la vita quotidiana.

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