Lettera aperta ai docenti universitari in pensione. “L’università brucia” [Il Dubbio]

Ieri sulla prima pagina del quotidiano “Il Dubbio” sono ritornato sulla questione universitaria (dopo l’articolo del 15 giugno). Buona lettura

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Qualche nome ci vuole (pescati un poco a caso, amici e conoscenti, tra i sopravvissuti alle leggi di natura): Alberto Asor Rosa, Roberto Antonelli, Pietro Montani, Franco Ferrarotti, Mario Tronti, Rita di Leo, Alessandro Dal Lago (forse non ancora pensionato ma ormai in procinto), Derrick de Kerchove (pensionato in Italia). Gioco in famiglia. La lista potrebbe essere lunga, ma per quello che devo dire bastano e avanzano. Tranne qualcuno, nessuno di essi bazzica sui social, quindi è proprio per tale motivo che scrivo questa lettera aperta su “il dubbio” prima di farla circolare in rete. E’ più corretto e comunque non posso rinunciare al valore emblematico dei loro nomi a maggioranza “cartacei”.
Dunque, per mezzo di loro, mi rivolgo ai pensionati dell’Università. Chiedo loro di prendere posizione sulla istituzione in cui hanno onorevolmente lavorato. In cui anche io ho prestato molto del mio tempo (già: si dice prestato o venduto?).

A dirla tutta, prima dovrei parlare dei pensionati in generale: chiunque sia uscito dal proprio ruolo di salariato: impiegato in una qualche istituzione o azienda o fabbrica. Essere mandati in pensione, congedati (va bene questo richiamo lessicale al congedo militare?), messi a riposo (va bene supporre che questo significhi non avere più nulla a che vedere con il proprio luogo di lavoro?). Ma “uscire di ruolo” è l’espressione più forte se la si riconduce alla letteratura sulla modernità, al ruolo che il soggetto è chiamato ad assolvere. Certo che i pensionati continuano ad essere soggetti! Ma – tranne che per le scadenze elettorali e analoghi oneri civili – lo sono solo in quanto pensionati. E infatti possono arrivare a scendere in piazza per difendere o aumentare il proprio preudo-salario, nonché l’assistenza di cui possono godere in quanto ancora cittadini pienamente in diritto di esserlo. Ma raramente, mi pare, i pensionati si affollano ai cancelli delle proprie aziende o istituzioni o fabbriche ma anche sindacati, partiti e governi, per rivendicare o contrastare lotte e obiettivi dei  dirigenti, dipendenti, impiegati, tecnici, operai e via così, da cui li ha separati il loro pensionamento. Ancor meno hanno proprie organizzazioni per denunciare storture, ingiustizie, o peggio scellerate concezioni e gestioni strutturali; cose tutte, queste, che hanno conosciuto direttamente durante il loro tempo di lavoro, ivi compresi ricatti, familismi, incompetenze, connivenze, soprusi, di cui forse si sono fatti – di necessità o per costume o per violenza – complici. Tutta roba, però, da potere rivelare senza più rischi e per cui battersi una volta “liberati” dalla pensione.

Eppure, non è solo per mia diretta competenza, che temo di dovermi accontentare di indirizzare la mia lettera aperta a docenti pensionati (non solo i più illustri, non solo le prime e seconde fasce, vittime o più spesso carnefici che siano). Lo devo in quanto dalla qualità del lavoro nel campo della ricerca e della formazione dipende la qualità del lavoro dell’intero sistema sociale e economico. Tutte le forme di lavoro hanno una cultura che si trasmette nel tempo e sono da proteggere come fonte di vita e benessere (lasciatemela passare!). Ma – per quanto sia vero che le progressive trasformazioni degli apparati del lavoro avvengano per la catena di scelte compiute all’interno delle loro stesse organizzazioni e ancor più decise dall’esterno per giuste o ingiuste ragioni politiche e economiche – è brutalmente vero che la materia prima chiamata ad alimentare una società del lavoro è quella che esce dalla scuola e dall’università.

E quindi. Cerchiamo di capire cosa accade a chi è congedato dall’università per dedicarsi a quelle libertà di cui ho denunciato il così cattivo uso che ne fanno i pensionati di ogni altra professione e d’ogni altro mestiere. Parlo in modo schematico, le sfumature da tenere presente sono troppe. La prima scelta significativa la compiono coloro i quali  si convincono che, sollevati dalle incombenze accademiche (negli ultimi tempi selvaggiamente aumentate in peso e derive concentrazionarie), il loro possa diventare finalmente un lavoro intellettuale allo stato puro. Personalmente credo che sia la scelta meno responsabile o quantomeno quella che più rivela il modo – anzi, il fine – per il quale hanno lavorato per più di metà della loro vita. A questi intellettuali non cale molto quanto hanno dovuto e/o voluto fare quando erano in ruolo. Ora possono essere liberi nel senso in tutto ideologico che essi danno all’illustre aggettivo, vero e proprio bollo di qualità dell’umanesimo.

Ci sono poi quanti, pur essendo ormai pensionati, riescono ancora a reggere le fila delle trame di potere costruite in anni di paziente dedizione a fini più o meno nobili, più o meno ignobili, in un sistema accademico. Dipende dalle persone che vestono i panni di quanti un tempo si chiamavano e spesso si pregiavano di essere chiamati “baroni”. E’ inutile fare i moralisti. La morale, semmai vale questo approccio al mondo, dovrebbe giudicare i loro risultati. E aggiungo che qualche volta le figure accademiche più inclini a fare un uso selvaggio e impietoso dei poteri e privilegi acquisiti sono persone dotate di straordinarie capacità nel costruire apparati e risorse. Sinceramente vi dico che sono stato tentato di mettere nella lista dei docenti che ho esposti sopra anche qualcuno di questi signori della guerra e, se non lo ho fatto, è stato nel timore che se ne urtassero, invece di compiacersene.

E ora – lasciando perdere tutte le altre categorie – posso concludere: mi pare che il docente universitario in pensione sia la figura ideale per tentare di esprimere in piena libertà, senza più alcun vincolo, una critica della ricerca e formazione non più pregiudicata dalle istituzioni, responsabili del disastro di vocazioni che per decenni è stato fatto nella formazione professionale. Se, come penso e molti altri pensano con me,  la situazione è gravissima, ultimativa, a fronte della polverizzazione di ogni valore e strumento della storia e società moderna, se dunque la “università brucia” e non c’è da sperare che possa risorgere dalle proprie rovine ma debba ora e subito provvedere a frenare le fiamme, potrebbero giovare un poco di docenti protetti dalla loro pensione, come i pompieri si proteggono con le loro tute d’amianto.

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