Far Flanella

Posto qui sul blog un racconto breve che ho scritto tanto tempo fa. Non ricordo l’anno esatto di pubblicazione, ma è appunto molto tempo fa. Si tratta di un raccontino a cui sono molto affezionato. Buona lettura

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FAR FLANELLA

Un racconto di ALBERTO ABRUZZESE

Occhi celesti. Purissimi. Si guardò intorno ansioso. Ora sono le 8 di sera e fa molto freddo. Pezzi di ghiaccio ai bordi dell’asfalto e spruzzi di nevischio per l’aria. Stringe tra le mani un pacco cilindrico, avvolto in carta di giornale. Cammina svelto. È alto quanto basta ma ricurvo per gli anni.

All’angolo tra la Quinta e la Cinquantaseiesima si fermò ad aspettare, mentre un mastodontico convoy d’argento gli passava davanti ululando come in un porto nebbioso. In vita sua, fortunatamente, non gli era toccato d’essere soltanto un professore, un filologo romanzo. Dunque, appena avuta l’idea, aveva saputo anche come agire. Qualche ora prima, nel pomeriggio, aveva girato per Brooklyn entrando in piccole botteghe nascoste e sospette e in grandi magazzini gremiti di gente.

Più tardi, chiuso nella camera 4730, aveva costruito il suo attrezzo: lo aveva fatto con piacere. Adesso, finalmente, era di nuovo in strada, dopo essersi lasciato alle spalle i festoni tintinnanti della portineria. Siamo alle ultime ore della vigilia di Natale. Avvolto in un lungo cappotto nero, alzò il braccio per bloccare un taxi appena emerso da una nuvola di vapore subito lacerata dal vento.

Una turbinosa foschia ha coperto le luci variopinte dell’Empire State Building, isolando il cuore di New York dal resto del mondo. L’isola è salva.

Lontano da Manhattan, radenti ai quartieri del Bronx, volano gli elicotteri della polizia, sventagliano fasci di luce gelida su palazzi abbandonati, macerie, falò. Un territorio lunare e devastato. Come la parte più buia di un presepio.

Mastro Falena, alla fine, mostrò la sua faccia tonda e olivastra.

Buttò una occhiataccia avara e sonnambula su chi si era permesso di disturbarlo bussando e ribussando, come fosse il diavolo, alla porta del suo capannone.

«Chi sei?»

«Sono Felpa».

«Chi?»

«Felpa, imbecille».

«Felpa davvero?»

Falena si fece avido nel guardare l’uomo rinsecchito e curvo che gli stava davanti. Felpa aveva una faccia piena di rughe, una bocca contratta verso il mento come fosse una piaga, ma due occhi celesti, senza tempo.

Fu grazie a questi occhi che Mastro Falena riconobbe il professore Felpa. Erano stati ragazzi insieme. Tuttavia, abituato da anni ed anni ad essere solo e dimenticato da tutti, Mastro Falena si chiese subito tra sé e sé: «Che vuole, questo». Ma il professore sapeva bene cosa voleva e, serrato al petto il suo dono, entrò dentro con forza, come fosse casa sua. E Mastro Falena rise.

Le storie di Natale un tempo contenevano sempre qualche insegnamento morale. Si raccontavano intorno al focolare e parlavano di improvvisi ravvedimenti, di commoventi risoluzioni. L’evento doveva compiersi allo scoccare della mezzanotte, ma gli antecedenti, spesso, riguardavano una vita intera e molti personaggi coinvolti in un medesimo destino.

Oggi è difficile trovare ancora un focolare e dunque questa nostra storia non ha nulla da insegnare. Il professor Felpa era un uomo di circa ottanta anni. Ancora in buona salute, anzi poteva dirsi robusto. Tuttavia, attorno ai settanta anni, aveva deciso di accettare sino in fondo la sua natura. Felpa, infatti, non voleva ricordare. Dopo la morte di sua moglie, che era stata per lui l’unico filo di congiunzione con il mondo, la sua mente si era rifiutata di continuare a vivere. Lasciata la casa, in cui aveva sempre abitato, all’unica sua figlia, fortunatamente maritata ad un commerciante milanese, si era ritirato a vegetare in un pensionato per anziani, un po’ fuori città. Lì non faceva e non diceva nulla. La paura di tutta la sua vita passata — precipitare in una deriva senza ritorno, essere attratto da una esistenza stracciona e smemorata — si era ora trasformata nel piacere di una vita protetta dalla degradazione della povertà ma tuttavia priva di ogni motivazione e interesse, cieca nei confronti del passato e del futuro. In questo rifugio non aveva portato altro che se stesso. Nessun libro, nessun oggetto, niente. Un albergo nei nulla.

Eppure, anche nel nulla più assoluto di una esistenza senza scopo alcuno, può accadere qualche cosa di inaspettato, qualche cosa che rimette in moto la ruota del tempo. Al professor Felpa questo accadde mentre, come al solito, sedeva alla finestra della sua camera con le mani appoggiate sulle gambe e gli occhi fissi al di là dei vetri.

Siamo a pochi giorni da Natale eppure questo il professor Felpa non lo sa e non potrebbe interessarlo in nessun modo. Guarda e non pensa. Ma ad un tratto, forse a causa di un improvviso gorgoglio dello stomaco, lo sguardo si stacca dal panorama che lo circonda, dal buio a tratti interrotto da qualche inspiegabile luce, e scende casualmente sulle mani. Bianche, pallide, maculate sul dorso da altrettante inspiegabili chiazze rugginose. E qui, evidentemente accadde qualche cosa di nuovo. Noi non sappiamo cosa, ma di certo quando il professor Felpa lasciò la stanza, il suo stato d’animo doveva essere curiosamente turbato. Tanto turbato che si accorse di sentire i discorsi di chi lo circondava. Era, infatti, l’ora del tè, il momento delle visite, e la vasta sala per il ricevimento si popolava di frasi e sussurri. Tanto più in quei giorni di festa. Ecco che gli accadde di udire ripetute volte, da chissà chi lì vicino, la frase «far flanella».

Ne fu inaspettatamente preso e anche indispettito. Prima provò a pensare soltanto alla sicura natura delle stoffe di flanella, al dolce conforto della sua camicia color prugna. Ma poi ci si sentì avvampare dentro e se ne agitò, insofferente. «Far flanella». Significava «perder tempo», «bighellonare», – si disse – anzi significa ancora di più. L’espressione è dialettale, quasi in disuso, ormai. Viene dal francese «flaneur». Dunque molto di più, molto di più. Errare senza scopo per la città. Ecco cosa significa. Allora si alzò e tra la meraviglia di quanti lo conoscevano e conoscevano le sue abitudini, invece di andare verso il piccolo parco sul retro, imboccò deciso la porta di uscita. Senza neppure mettersi il cappotto. Quasi che, smemorato da sempre, si fosse ricordato finalmente lo scopo della sua vita.

Nessuna apparente ragione, invece, lo aveva spinto sino al centro cella città, anzi proprio a passeggiare lungo il corso. Camminava lentamente. Per anni ed anni aveva ridotto al minimo ogni movimento e dunque ora si sentiva come un convalescente.

Per prendere fiato e riposarsi un poco e perché attratto da qualche memoria del passato, il professor Felpa entrò in una librerà antiquaria. Lunga, stretta e buia. Vi si aggirò con cautela, quasi stesse, con essa, perlustrando la sua mente. Erano anni che non vedeva più un libro, che non ne sentiva l’odore. Ma non ebbe il coraggio di aprirne nessuno. Non ne leggeva i titoli. Al massimo, con la mano, ne sfiorava i dorsi e le copertine. Era un gioco tattile e caparbiamente cieco. Una sorta di visita cimiteriale.

Ma in un angolo più interno Felpa vide un leggio su cui erano disposte alcune vecchie illustrazioni e ne fu subitamente attratto quasi fossero per lui una salvezza inaspettata. Prese a sfogliarle una ad una. Si trattava di immagini ricavate dai bollettini ottocenteschi pubblicati in occasione delle Grandi Esposizioni Universali di Londra e Parigi. Grandi magnifiche feste con Palazzi di ferro e di vetro, fontane d’acqua e di luci, giardini e padiglioni di ogni tipo, stile, provenienza.

E fu allora, nel piacere stesso che tornavano a dargli quelle architetture meravigliose, quei castelli di seta e cristallo, quelle statue bianche e promettenti, fu allora che si ricordò di Falena mentre, a gambe divaricate, pisciava ridendo sul suo capolavoro. Avevano, allora, poco più di dodici anni.

Lavorando con la mollica di pane si era costruito, lui da solo, un Palazzo tutto archi, cupole e bandiere, con i suoi parchi, i viali, i monumenti, le carrozze. Delicatamente aveva dato forma e colori alla mollica, e piccoli legnetti e pezzi di vetro e di specchio. Era uno spettacolo.

Ora Falena lo stava distruggendo. Le gracili strutture di pane si afflosciavano miseramente. Il piscio caldo di Falena ne stava facendo una poltiglia senza forma, da buttare nel cesso. Perché: così. Per scherzo. Perché Falena non era stupido e neppure matto. Era vivo. Le fissazioni, nei vecchi, possono raggiungere proporzioni gigantesche. E per il professor Felpa, questo fu il momento magico per cui tutta l’inerzia degli ultimi anni di vecchiaia si rivoltò in un poderoso sentimento, in un’unica bruciante fissazione. Un sogno, una fantasia, una passione che lo fecero palpitare. Sentì le gambe tremargli e si accasciò su un panchetto lì vicino, con lo sguardo perso nel vuoto. E nella testa un’eco ricorrente: far flanella, far flanella, far flanella.

Quella notte il professor Felpa non chiuse occhio. Pensò ininterrottamente al da farsi. Non vi diremo come sia riuscito, nell’arco di uno o due giorni soltanto, a partire per New York. Fatto sta che ci riuscì. Là, nel Bronx, viveva Falena e questa era diventata l’unica sua meta.

Il volo in aereo fu tranquillo. La hostess si intenerì di fronte alla placida immobilità del professore: forse gli ricordò Babbo Natale, nonostante Felpa, come sappiamo, fosse senza barba e per nulla grasso: oppure pensò a qualche bella storia di emigranti, comunque a un bel quadretto natalizio, accanto al fuoco del camino, ai nipotini, ai regali appena aperti e magari alla Santa Messa, con l’organo e tutto il resto.

Falena aveva smesso di ridere. Che ci era venuto a fare nel Bronx questo pazzo. E guardava Felpa come fa il gatto in attesa del topo. Questi non si era tolto il cappotto e continuava a stringere il suo pacco guardandosi intorno. Il capannone era gigantesco e nella semioscurità non si riusciva a misurarne le dimensioni.

«Fa freddo qui» disse asciutto il professor Felpa.

«Vieni di sotto, allora» rispose senza premura mastro Falena.

Scesero da un buco stretto e catramoso nell’interrato sottostante, grande come il livello superiore. Qui Felpa si trovò di fronte un grottesco ammasso di gessi: statue di ogni dimensione e soggetto. Ogni tipo di animale d’acqua, di terra e dell’aria. Primavere seminude e formose, modellini del Campidoglio e della Casa Bianca, Veneri e Donatelli, variopinti stregoni indiani, madonne e madonnine, colonne greche, capitelli, presepi settecenteschi, eroi di Walt Disney, busti di presidenti, fontane da giardino, bassorilievi, calchi anatomici, prigioni, cesti di frutta, obelischi.

«Ecco, qui c’è la stufa. Siediti».

«SI, qui va bene» disse il professor Felpa poggiando finalmente il pacco su un tavolo tra sé e Falena.

E restò a guardarlo, muto.

«Cos’è?»

«Un regalo per te».

«Che idea. È passato tanto tempo».

«Appunto» tagliò corto il professore. «Aprilo dopo che sarò andato via. È soltanto uno scherzo».

Mastro Falena ricominciò a ridere: «Non hai mai saputo scherzare». Ma, per lasciargli intendere che stava al suo gioco, cambiò subito discorso, facendo un gesto vago con la sua mano da artigiano. «Che te ne pare di tutta questa roba. Sono le mie creature».

Non riuscirono a dirsi molto. Tuttavia Falena non rinunciò a raccontare come, venutosene via dall’Italia negli anni Trenta, fosse riuscito a mettere su la fabbrica di gessi. La amava tanto che ci viveva anche di notte. Felpa, intanto, guardava l’orologio tentando di non farsene accorgere. Ma Falena, preso dal suo stesso racconto, si era fatto sereno: quasi gli faceva piacere ora di avere davanti qualcuno. Poco importava che fosse il Felpa.

«Tutto sommato è Natale – concluse – hai fatto bene a venire».

Quando arrivò il momento di salutarsi, mancavano pochi minuti alla mezzanotte. Il professor Felpa si era fatto chiamare un taxi e così aveva potuto calcolare bene i tempi.

Mastro Falena si chiuse dentro con un grosso paletto di ferro. Tornato nel silenzio, gli sembrò di avere sognato. Il Felpa da lui: impossibile. Poi arrancò verso il sottosuolo mentre dal basso, deboli, venivano i rintocchi della pendola vicino al suo letto: mezzanotte.

«Ecco fatto», si disse. Ma proprio mentre si dirigeva al tavolo per tornare a sedersi dove aveva chiacchierato con Felpa, lo sguardo gli cadde sull’involto di giornali. Cominciò a ridere. E fu allora che da quel pacco uscì una fiammata improvvisa. Tutto, intorno, prese a bruciare. Mastro Falena lanciò un grugnito di dolore. E gli parve che le sue creature avessero preso vita e si agitassero tremanti come in una danza. Urlò ancora e si gettò su di loro per fermarle.

All’alba il Bronx aveva un rudere in più. Una macchina della polizia e tre furgoni dei pompieri con le sirene ormai spente circondavano una vasta zona fumante, nera come fosse carbone. Un piccolo gruppo di agenti, pompieri e passanti stava raccolto su un ripiano di lamiere e guardava al centro di una specie di cratere. Tra riflessi melmosi e focolai non ancora spenti, emergevano a tratti elefanti, vetri e seni di donna, volute corinzie, babbinatale, torsi di gladiatori, volti deturpati e mostri senza più alcuna forma. La cera, colata giù per il calore, si era raggruppata in escrescenze bizzarre, mescolata con ciò che restava dei gessi e delle strutture. E su tutto questo si ergeva, contorta e innaturale, una sagoma grigiastra, una figura umana. Era Falena, diventato statua di cera chissà come.

Gli spettatori restavano in silenzio, affondando le mani nelle tasche per proteggersi dal freddo. Era il vento forte che viene da Manhattan. Guardavano e tacevano. Anche il professor Felpa guardava ammirato. E tra le rughe del suo volto emerse per la prima volta un sorriso. Tranquillo e celeste come i suoi occhi.

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