Post-moderno: in ricordo di Toffler

Pubblico qui un articolo di cui non ricordo esattamente la data di pubblicazione, in cui tuttavia il discorso è polarizzato dalla funzione che Toffler ha avuto nel cogliere il passaggio epocale da società industriale a società post-industriale. Forse tornare a quelle pagine può ancora essere di una qualche utilità. Buona lettura!

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“POST-MODERNO”

di Alberto Abruzzese

 

1. È possibile, ed in qualche misura è stato fatto, rintracciare le radici del mito del superuomo di massa nella filosofia, nell’arte, nella letteratura dell’ottocento. È abbastanza facile, e questo è stato fatto con dovizia di particolari da Gramsci ad Eco, ricostruire l’ideologia e la modellistica con cui il superuomo del cinema, del fumetto, della letteratura seriale si lega alle forme del consumo, ai bisogni sociali, alle psicologie individuali e collettive.

Più difficile, forse, cogliere le ultime modificazioni di questi miti e di queste forme nella presente fase di transizione da un immaginario spettacolare ad un immaginario elettronico. In gran parte la cultura di massa odierna ricicla le figure del passato, riproponendocele apparentemente tali e quali e dandoci, dunque, l’impressione che nulla sia cambiato nel passaggio dalla “famiglia” dei Tarzan ‘alla “famiglia” dei Rambo. Soprattutto che nulla stia per cambiare.

La riproposta dell’universo superomistico degli anni trenta ci conferma che anche gli anni ottanta segnano una svolta clamorosa nei modi e nei mezzi dell’industria culturale, e che una volta ancora nel campo dei consumi agiscono i rapporti tra tecnologia e corpo. Ma eroi del passato e eroi del presente si trovano a vivere in una nuova economia dei rapporti di produzione dell’immaginario. Se alla base del superuomo vi è comunque l’idea, il bisogno, la necessità di prefigurare un superamento, ecco che questo stesso desiderio di futuro si traduce in una nuova dinamica deformante, in un nuovo “andare oltre”, in un superamento del superamento, in una critica della critica.

2. La Terza Ondata di Alvin Toffler (ed. Sperling & Kupfer, 1987), proprio grazie alla sua inclinazione divulgativa, esplicativa, persuasiva, sviluppa assai bene le differenze tra la “seconda ondata” dell’industrializzazione, che assorbe e cancella la cultura preindustriale, e la “terza ondata” dell’elettronica, che tende a distruggere forme e modelli dell’industria pesante, della società dello spettacolo e della civiltà di massa.

Un passaggio fondamentale è quello in cui Toffler descrive la contrapposizione epocale tra le caratteristiche tradizionali del consumer (che in una società di mercato si lega ciclicamente a quella del producer) e le caratteristiche innovative del prosumer, cioè di una figura di consumatore in grado sempre più di agire direttamente sulla produzione.

Vediamo alcuni punti chiave di questo ragionamento: “Invece di classificare le persone in base a ciò che possiedono, come fa l’etica del mercato, l’etica del prosumer conferisce un elevato valore a ciò che esse fanno. Avere molto denaro fa ancora acquistare prestigio. Ma contano anche altre caratteristiche. Tra queste vi sono la sicurezza di sé, la capacità di adattarsi e di sopravvivere in condizioni difficili e la capacità di fare cose con le proprie mani, sia che si tratti di costruire una recinzione, di cucinare un pasto importante, di farsi da sé i vestiti o di restaurare una cassapanca antica.

Inoltre, mentre l’etica della produzione o del mercato esalta la specializzazione, l’etica del prosumer esige un maggiore eclettismo. La versatilità è di moda. Via via che la Terza Ondata determina un miglior equilibrio nell’ambito dell’economia tra la produzione per lo scambio e la produzione per l’uso, si incomincia a sentire un crescendo di voci che chiedono uno stile di vita ‘equilibrato’ (p. 495).

Ed ancora: “Il trasferimento di attività dal settore della produzione a quello del prosumption fa intravedere anche l’approssimarsi di un altro tipo di equilibrio nella vita della gente. Un sempre maggior numero di persone impegnate in attività di produzione per il mercato impiega il proprio tempo occupandosi di astrazioni – parole, numeri, modelli – e a trattare con persone conosciute solo in modo superficiale o del tutto sconosciute.” (p. 495).

Ed infine: “Nel prosumption invece abbiamo normalmente a che fare con una realtà più concreta e più immediata, e veniamo a contatto diretto con le cose e con le persone. Se un maggior numero di persone suddivide il proprio tempo lavorando part-time nel settore dello scambio e part-time in quello del prosumption, avrà la possibilità di entrare in contatto sia con le cose concrete sia con quelle astratte, e di provare le soddisfazioni complementari sia del lavoro intellettuale sia di quello manuale. L’etica del prosumer rende nuovamente rispettabile il lavoro manuale, dopo che lo si è disprezzato per trecento anni. E anche questo nuovo equilibrio influenzerà probabilmente la distribuzione dei tratti della personalità” (p. 496).

Come si vede l’armamentario superomistico, sempre al punto di congiunzione tra le dicotomie individuo-massa, manuale-intellettuale, povero-ricco, buono-cattivo, sussiste in questi scenari come insieme di segmenti, come “pezzi”, ma vive in un contesto sociale, in un sistema volto a far cadere le pulsioni storiche dell’eroe superomistico. La soluzione non è data da sintesi verticali ed autoritarie, ma da passaggi e simbiosi trasversali, non da forme forti ma da forme deboli. Sino a radicarsi in una mutazione psicofisica: “Domani, quando molte persone della Terza Ondata divideranno la loro vita tra un lavoro part-time in aziende e organizzazioni interdipendenti e di grandi dimensioni e un lavoro part-time per se stesse e per le loro famiglie in piccole unità autonome di prosumption, potremo raggiungere un nuovo equilibrio tra oggettività e soggettività nei due sessi. Invece di riscontrare un atteggiamento `maschile’ e un atteggiamento `femminile’, nessuno dei quali ben bilanciato, il sistema potrebbe premiare le persone che siano in grado di vedere il mondo in entrambe le prospettive. Soggettivisti oggettivi e viceversa” (pp. 496).

3. Le forme dell’alienazione umana, dunque dei conflitti sociali, dei rapporti interpersonali, dei mezzi per la produzione del consenso, sono perciò destinate a mutare, facendo saltare la dialettica classica tra frustrazione dell’uomo qualunque, dell’uomo-massa, e superuomo. Tra, appunto, massa e potere.

Ma vi è un altro ragionamento esposto da Toffier ed utile all’economia di queste nostre note: “Le nostre istituzioni politiche riflettono inoltre un’antiquata organizzazione della conoscenza. Ogni governo ha ministri o ministeri preposti a distinti campi di attività, come la finanza, gli affari esteri, la difesa, l’agricoltura, il commercio, le poste o i trasporti. Analogamente, il Congresso degli Stati Uniti e altri corpi legislativi hanno delle commissioni distinte che si occupano dei problemi nelle aree suddette. Ciò che nessun governo della Seconda Ondata – anche il più centralizzato e autoritario – può risolvere è il problema dell’interdipendenza: come integrare le attività di tutte queste unità in modo che possano produrre dei programmi ordinati e olistici anziché un guazzabuglio di effetti contraddittori e che si annullano a vicenda (…) Il tentativo di circoscrivere nettamente i problemi e di trattarli in modo distinto l’uno dall’altro – ciò che è un prodotto della mentalità dell’industrialismo – crea confusione e disastri. Peraltro la struttura organizzata dei governi riflette esattamente questo approccio alla realtà tipico della Seconda Ondata. (…) I governi cercano generalmente di risolvere il problema dell’interdipendenza attraverso un’ulteriore centralizzazione, nominando un responsabile con ampi poteri per eliminare la burocrazia inutile. Questi effettua dei cambiamenti, senza curarsi dei loro distruttivi effetti collaterali, oppure origina lui stesso tanta nuova burocrazia inutile che vien ben presto messa da parte” (pp. 518-519).

È evidente che il modello del superuomo, sopravvissuto sino ai remake dei giorni nostri, pratica una scissione tra la sua natura individuale spesso “anarchica”, con cui si oppone ai “difetti” della società civile, alla povertà o incongruenza o incapacità delle istituzioni (polizia, Stato, scienza etc.), e le sue modalità d’intervento, che sono “alternative” e “sostitutive” nei confronti dell’iniziativa “collettiva”, ma culturalmente, semanticamente, politicamente “analoghe”. Il superamento è, infatti, inveramento estremo delle logiche e dei saperi impliciti al sistema di valori che si desidera superare.

Così pure, illustrando il nuovo ordine possibile delle “diversità” implicite al dispiegarsi delle dimensioni postmoderne, Toffler affronta la crisi della democrazia: “Così, l’aumento della diversità significa che, sebbene i nostri sistemi politici siano teoricamente fondati sul governo della maggioranza, può essere impossibile formare una maggioranza anche su problemi cruciali per la sopravvivenza. A sua volta, la crisi del consenso significa che un sempre maggior numero di governi sono governi di minoranza, basati su coalizioni mutevoli e incerte.

Il venir meno del principio della maggioranza si fa beffe della convenzionale retorica della democrazia. Ci costringe a chiederci se, sotto la spinta congiunta della velocità e della diversità, un qualsiasi corpo elettorale possa mai essere ‘rappresentato'”. (pp. 524-525).

Il superuomo dell’immaginario collettivo è un’invenzione della democrazia di massa, ma non è mai riuscito a cancellare la sua “relazione” con i sistemi totalitari. In questo ha svolto il suo più alto ruolo conoscitivo ed esplicativo: il superuomo tenta di superare le regole della civiltà industriale nelle sue diverse soluzioni politiche. A questo fine non basta il modello autoritario, ma non basta neppure quello democratico.

Il superuomo classico si proietta nelle contraddizioni della democrazia, tenta, alla maniera di Sisifo, di salvarla. Anche a lui sfugge l’interdipendenza tra le azioni sociali. Subentra alla figura logorata, inesperta o ormai incapace dei leaders, ma ragiona e agisce solo meglio di loro, e tuttavia non diversamente. Quanto ai fini, almeno.

Perché, spesso, le tecniche di cui il superuomo si serve forzano il sapere della cultura di massa, la sua rigidità meccanica, i suoi rapporti spaziotemporali. Questo tipo di “nuove energie”, “nuove forze”, “nuove mutazioni” del superuomo maturo si avventurano così nell’universo trasversale della “terza ondata”. Non servono ancora a “connettere”, ma raggiungono almeno sostanze corporee più avanzate. Abbandonano le “torri” della fabbrica a vantaggio dei segmenti elettronici.

4. Cerchiamo di andare più a fondo. Se è vero che l’ambiente genetico del superuomo è la massa (di cui 1′”eroe all’eccesso” è l’ultimo possibile intervento ecologico per salvare ciò che non può più funzionare), allora dobbiamo capire sino in fondo la svolta tra un’ecologia della folla ed un’ecologia dell’individuo.

Allo scopo torna utile un’altra volta il ragionamento di Toffler sull’incapacità di interconnessione della cultura e degli strumenti di governo della civiltà industriale. È stata quella incapacità di dominare i territori della vita reale a produrre le forme compensative dell’immaginario collettivo. Il dispositivo del divo funzionò appunto da attivatore energetico di una potente connessione tra i vari elementi, sostanze, problemi della società. La costruzione simbolica di un tutto, inesistente nei fatti, ma appunto teso a compensare il catastrofismo ecologico del sistema industriale, l’insidia “negativa” delle tecnologie. La realizzazione immaginaria di un corpo armonico, di un significato compiuto.

La dinamica postindustriale ha, invece, l’ambizione di edificare nella realtà questo tutto di interconnessioni vitali. E già in questa fase di transizione assistiamo ad un mutamento sensibile dei dispositivi del divismo dalla dimensione del corpo-forma alla dimensione del corpo-azione. Il passaggio, appunto, dal divo cinematografico ai divi del rock e dello sport. Quando è la massa che “esulta”, che supera la quotidianità, che si dichiara vinta e vincitrice allo stesso tempo, vuol dire che gli individui riescono ancora a vivere come massa. Ma, stando alle evoluzioni tecnologiche, le precondizioni di una vita di massa vanno sempre più indebolendosi.

Il destino dei supereroi del fumetto dipende da queste grandi risoluzioni culturali. In un’analisi più circostanziata dovremo misurare il “salto” dall’armamentario “mutante” del gruppo Marvel al quotidiano demenziale del fumetto d’autore, in cui, tra pulviscoli elettronici e ricomposizioni musicali, si celebra il tentativo esasperato che il corpo del consumatore compie per superare se stesso.

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