Le legge è cieca come l’opinione pubblica

Posto qui l’articolo che è stato pubblicato su “Il Dubbio” del 4 ottobre 2017, con il titolo “Non saranno certo i giudici nè i giornalisti, a risolvere la questione università”.

IlDubbio-04-10-2017Se non fossi fuori ruolo, in quel “concorso” o meglio procedura di selezione, insieme a tanti altri miei apprezzati colleghi avrei potuto esserci anche io a valutare e decidere sul destino dei candidati. Di recente sul mio diario fb mi sono  congratulato con un docente da me stimato ma escluso dall’Abilitazione Scientifica Nazionale, necessaria per poter partecipare ai concorsi per professore universitario e mi sono rammaricato per altri, parimenti stimati, cui non è toccata la stessa “fortuna”.  Credevo di avere fatto un bel gesto e invece ho peccato di grande superficialità. La notizia avrebbe dovuto sollecitarmi a dire prima di tutto che l’episodio dimostra quanto sia il meccanismo concorsuale in sé a non potere funzionare. E che vincere un ricorso paradossalmente aggiunge ingiustizia a ingiustizia.

L’occhiello (per così dire) di questo mio pezzo è  esteso ma semplice: si compone di molte domande. Lascio che sia il lettore a rispondere di suo e decidere quale debba essere l’ordine in cui disporle. Sono convinto che siano domande in parte o in tutto rimosse (o non esternate) dalla maggioranza di quanti si sono espressi sui recenti fatti di “provata” corruzione e forse anche dai diretti interessati: i membri di commissione e gli aspiranti alle abilitazioni. Sono un docente ormai in pensione e quindi – per così dire “liberato” dal mio ruolo di oggettiva e spesso soggettiva connivenza con il sistema universitario – parlo per esperienza diretta di tali rimozioni, comprese le mie.

1) Credete che sia stata una opportuna scelta “di Stato” avere insistito sempre più a deliberare provvedimenti per l’Università senza riflettere distintamente sul ruolo specifico delle materie tecno-scientifiche e su quello delle “scienze umane”? Con queste non si vuole dire assolutamente discipline umanistiche, anzi averlo supposto ha prodotto non pochi guai, forse già a partire dal vecchio ambiguo dibattito sulle “due culture”. Non vi pare che, riguardo ai fini della istruzione universitaria, l’appiattimento ideologico sul funzionalismo tecno-scientifico stia allargando il baratro che nella società post-moderna si è sempre più aperto tra lo sviluppo della formazione professionale e le vocazioni personali necessarie a garantire una adeguata radicale trasformazione dei suoi contenuti culturali? Non è forse vero che si continuano a usare e convalidare le stesse vocazioni identitarie della civilizzazione moderna pur essendo da tempo entrati in un mondo in tutto mutato ad opera di clamorose innovazioni? Un mondo segnato dalla crisi endemica del capitalismo storico ovvero crisi delle nazioni e identità occidentali, crisi della democrazia, crisi del lavoro, globalizzazione del potere finanziario, collassi geopolitici, incremento di violenza e ingiustizia? Non c’è il rischio che la formula “società delle reti” pretenda di integrare due dimensioni catastrofiche almeno al momento inconciliabili e quindi di rappresentare il conflitto più vasto e più profondo tra la sopravvivenza dell’autorità di legami sociali verticali e l’emergenza di relazioni umane da persona a persona sempre più sofferenti?

2) Lo “spirito” delle valutazioni dei titoli presentati alle commissioni di abilitazione – e questo è un punto che andrebbe discusso distinguendo, almeno in parte, tra discipline scientifiche e scienze sociali – vi sembra adeguato alla comparazione delle effettive qualità dei candidati?  Come ci si può immaginare che la valutazione di un docente possa dipendere dal numero di articoli e indicatori “meccanici”? Un solo saggio, persino un solo articolo, può dimostrare l’eccellenza della ricerca compiuta. Andando avanti così, a fare da commissione potrà essere un algoritmo, la inappellabile onestà delle regole che gli sono state affidate. Come già sta accadendo – sempre più ci si prepara al concorso pensando e scrivendo nel rispetto dei protocolli prestabiliti – ne verranno fuori generazioni di docenti terribilmente uniformi che di generazione in generazione educheranno gli allievi alla uniformità. Un mondo piatto, senza picchi. E a fronte di quanto i riformatori vanno sostenendo, un mondo senza futuro. Incapace persino di dare valore alle innovazioni tecno-scientifiche. Un progresso senza un reale progredire.

3) Credete razionale o etico o socialmente produttivo il fatto che i mezzi economici destinati per l’Università si siano fatti sempre più scarsi sino ad occupare gli ultimi posti nelle classifiche mondiali? Lo credete ininfluente sulle decisioni di governo, sulla condotta dei ministeri, degli atenei, delle gerarchie accademiche? E infine sui docenti, sugli aspiranti docenti e persino sugli studenti appena laureati, da sempre costretti ad accettare anni e anni di servitù non retribuita prima di potere venire presi in considerazione dall’istituzione? Trattasi di servitù presso “padroni” che a loro volta non hanno più risorse per arrivare a poterli “pagare”. E ancora: le possibilità di carriera concesse ai giovani studiosi che aspirano a coprire ruoli di docenza negli atenei d’Italia hanno qualcosa a che vedere con la civiltà del lavoro? Non è una ignominia avere legato l’aumento di stipendio di un docente a concorsi che vagliano la loro “qualità” ma non il tempo di lavoro che prestano? Cosicché il giudizio scientifico di una commissione decreta la qualità di vita di una persona e della sua famiglia, la blocca per anni e anni ad una esistenza difficile. La mette sotto ricatto. La spinge a fare di tutto per riuscire a sottrarsi a tale condizione.

4) Per quanto domanda assai controversa e complessa, può mai essere davvero in tutto giusto che a decidere se ammettere o escludere un candidato siano criteri estranei alla necessità e diritto per un docente o una sede locale di fare crescere la propria “scuola”? Mi spiego: è giustizia – giusta funzione – il fatto che un docente universitario non sia nella condizione di garantire la propria linea formativa e di ricerca? Le persone se valgono non sono intercambiabili. E non lo sono anche i modelli di formazione e soprattutto le loro pratiche. Gli obiettivi che si ritengono giusti pretendono tutto il possibile per imporsi su altri obiettivi e per opporsi, persino a qualche duro prezzo, alle condizioni e resistenze che ne minacciano il conseguimento. Dunque, da come si risponde a questa domanda discendono questioni brucianti. Ma ad una condizione: ritenere che ci sia una profonda differenza tra chi agisce in virtù di una forte vocazione e chi, consapevolmente o inconsapevolmente agisce senza altra motivazione che il proprio potere ed è disposto a venire meno ad ogni contenuto e bene comune pur di raggiungerlo e mantenerlo. Tra questi ci sono persone – ne ho conosciuta qualcuna – dotate di straordinarie capacità di iniziativa grazie alla loro perfetta conoscenza delle regole su cui si basano tutti gli apparati di potere. Grazie alla loro volontà di comandare. L’Università non presenta alcuna differenza rispetto ad altri sistemi di potere. Quindi è ridicolo pensare che la pretesa neutralità delle procedure concorsuali non nasconda la dura conflittualità nel bene e nel male dei conflitti di potere.

giustiziaLe classi dirigenti italiane sono arrivate al peggio della loro storia proprio mentre la storia delle nazioni – così come dell’occidente – è arrivata alla propria conclusione. Davanti alla sua disperazione (addio “principio Speranza”!) c’è la post-umana potenza della tecnica e la umana scienza del potere, l’una contro l’altra armate. Proprio sullo sfondo di questa realtà – che a chi si attarda nel passato risulta sempre più irreale – bisogna provarsi a ragionare prima di tutto proprio sulla questione universitaria, mai affrontata seriamente e sempre riparando gli errori con nuovi e più gravi errori: messa alla ribalta solo quando possa essere messa alla gogna, così che i veri responsabili del degrado della formazione (mezzi) e della ricerca (contenuti) possano lavarsene le mani. C’è da diffidare delle crociate per la moralità (lo avremmo dovuto capire con Di Pietro ora lo capiamo con molti altri sopravvenuti “dal basso” per “fare popolo”). Dopo lo scandalo riguardo al reclutamento e carriera dei docenti universitari, avremo infine quello – perfettamente autoreferenziale: il cane che si morde la coda – sulle candidature ai ruoli di massima responsabilità della Legge?

Veniamo a qualche considerazione d’insieme. Ad essere delittuose sono le pratiche illecite di un apparato istituzionale oppure le condizioni e i condizionamenti strutturali in cui tale apparato è nato, si è sviluppato e continua a sopravvivere? Per me, buona la seconda. E forse il caso di cui sto parlando – su trame di palazzo piuttosto che delitti di sangue o frodi sociali di conclamato interesse collettivo – potrebbe fruttare una riflessione più generale sulla effettiva competenza dei giudici (o chi si atteggia tale) in merito ai retroscena di apparati di potere fortemente chiusi in se stessi e nelle proprie pratiche interne, nei loro codici di comportamento e nelle loro forme di conflitto riguardo a reclutamento e carriere. Riguardo a interessi di egemonia politica o burocratica o economica. Lasciamo perdere l’informazione ormai smarritasi del tutto nella eccitazione di faide di popolo e di parte per mezzo di scandali che fruttano pubblico acquirente di voti “protestanti” e comunque di pubblicità (oltre al vasto indotto di familiari schierati a difesa dei propri figli peraltro sempre più altrove rispetto ai saperi “disciplinari”).

I facitori di inchieste di pubblico dominio e i giudici di Stato conoscono davvero la natura anfibia dell’animale accademico? Sanno interpretare con cognizione di causa quanti e come delinquono nelle stanze degli Atenei del Regno? Di delinquenti spesso si tratta e si è trattato, contro di loro gioverebbe – a vantaggio dei cittadini e forse anche di essi stessi – una chiara, ragionatamente provata, sentenza di colpevolezza. Ma se si vuole dare un senso alla felice simbologia della bilancia messa in mano alla Giustizia, allora chi giudica deve sapere bene quali pesi mettere nel piatto della colpa e quali in quello della innocenza. Certo, le attenuanti concesse al misfatto, sin quando l’impianto accusatorio non sia azzerato da una diversa visione, possono pesare poco sullo “strappo” della inevitabile punizione. Eppure – qui sta il punto – le attenuanti potrebbero avere una straordinaria importanza in merito all’educazione dei giudici e di chi ne ascolta la sentenza.  Servono a raffinare e acculturare gli uni e gli altri ai fini della giurisprudenza, i primi, e della opinione pubblica, i secondi. Mai attendersi una vera soluzione dalla Legge. Essa, si sa, è cieca. A volere farsi legge giusta, non dovrebbe essere deliberata e tanto meno attesa da ciechi e sordi. E ancora: per giudicare dovrebbe sapere discernere tra vere, false e dubbie prove di colpevolezza. Re Salomone decretò di tagliare in due il bambino conteso da due madri: l’esperimento funzionò grazie all’amore della madre vera, ma chi oggi si può fare avanti nutrendo – invece che indifferenza e interessi di parte – un autentico amore nei confronti dell’istruzione dei giovani così che essi crescano bene e rendano prosperosa una società civile diversa dalla presente?

La buriana esplosa sulla malavita dei concorsi universitari – che sono comunque una minima parte di ciò che accade ordinariamente in ogni Ateneo – al momento non promette nulla di buono e rischia molto più di prima di trovarsi di nuovo nello stesso drammatico, oltre che grottesco, punto di incrocio tra strumentalizzazioni reciproche da parte di vinti e vincitori, vittime e carnefici, tutti parimenti schierati nei fossati e sui bastioni della fortezza accademica. Si tratta di un pericolosissimo collasso istituzionale in questi tempi di ulteriore degrado delle linee di governo e ministeriali che sono fallite nell’arco di decenni a causa del loro groviglio di colpe politiche, istituzionali, professionali. E umane. Tutti o quasi, sicuramente tutti i partiti. La stessa politica in sé, senza che vi sia una cultura critica in grado di saperne decretare il suo fine d’epoca.

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