Formicolii

Nota: questo testo era stato scritto un paio di anni fa per un progetto editoriale ancora non realizzato. Buona lettura

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1. Tra le mani avete della carta da leggere. Oggi niente di più precario e caduco. Eppure “pesante”, con un suo peso specifico. Ma tale supporto a me sembra mettere in pericolo l’editoria cartacea, il suo sistema, e non tanto la scrittura in sé. Sarà lunga la strada della sua perdizione e in ogni caso prima dovrà accadere qualcosa di irreversibile anche nella nostra voce interiore. Per il momento ci sarà modo di continuare a editare (che altro se non predisporre, mettere in scena, in comune) e di farlo per mezzo di vecchi e nuovi strumenti tipografici, nuove impronte di scrittura, ma avrà un senso a patto di ripensare la scrittura liberandola della sua ambizione di segno indelebile e generativo, fondante, sovrano. A patto di trascinarla fuori di sé, a misura delle metamorfosi che stanno emergendo nell’esperienza vissuta del mondo. Si può allora seguire questa nuova traccia scritturale o piuttosto farla riemergere (ci fu un tempo in cui pur essendo sacra nessuno avrebbe pensato di poterla dividere dalla propria voce se non rimettendosi alla volontà divina, sacrificandosi ad essa e ammutolendosi nella preghiera). Si può rivedere la scrittura, solo una volta che, liberata dalla sua tradizione autoritativa (di queste tradizioni il presente si rivela sempre più insofferente), si mostri essere davvero nello stesso luogo della lettura. E viceversa. Il regime di conversazione che tanto sopravviene con i social network non riguarda soltanto una varietà di interlocutori ma un interlocutore– non ci si lasci ingannare dalla aggressività personale di cui si traveste – sempre più impegnato a conversare con la pluralità di discorsi che si compongono e scompongono nella singola natura di ciascuno.

Le rivelazioni non dicono nulla sul futuro ma lo dicono su un presente che finalmente si riconosce per quello che è stato.  Lo sviluppo delle tecnologie digitali sta ora rivelando – forse non ancora producendo ma di certo rivelando – la scrittura e la lettura, l’una&l’altra, come i due indistinguibili, inseparabili momenti che la mente umana pratica per esprimersi. Due attimi che si anticipano a vicenda. Lo stesso attimo. Quindi dentro l’intensità dei processi di digitalizzazione della vita quotidiana, la scrittura – là dove il pensiero si fissa per coincidere con la lettura interiore che lo ha predetto – continua ad esserci proprio grazie agli infiniti flussi di lettura che, così necessari alla vita delle parole, hanno comunque la necessità di prodursi e riprodursi in un supporto visibile. Per quanto, appunto in virtù del loro intensificarsi, di necessità sempre più rapido ed effimero, si tratti di scritture sempre più come immagini e immagini sempre più come scritture, poiché nei secoli ultimi il mondo s’è gonfiato di enormi accumuli di sensazioni impure. Ognuna di queste pretende il completamento di una interpretazione.

Ma se dunque a correre rischi è l’editoria cartacea in quanto apparato che frena la ripresa di una reciproca coincidenza tra scrittura e lettura e dunque inibisce il trionfo della parola viva su l’una e l’altra (o meglio sullo stesso loro avvenire, evento), si tratta allora di capire cosa sia davvero in pericolo andando al di là del libro, materia e figura simbolica di quella distanza che la civilizzazione ha sempre più imposto tra ciò che è chiuso nella scrittura e ciò che si apre nella lettura. C’è da capire cosa tremi spingendosi a sentire oltre il volume-libro, unico sigillo da aprire se si vuole godere di una rivelazione, unico scrigno in cui custodirla e preservarla. Tuttavia non è detto che all’editoria tradizionale – meglio quella più leggera, meno appesantita dalla storia, dai suoi contenuti, dai suoi soggetti e dai suoi modi di produzione – venga meno la possibilità, seppure provvisoria, di intervenire avendo ancora una propria funzione. Le battaglie di retroguardia fruttano spesso qualcosa di più e di diverso da quelle d’avanguardia. Fanno piazza pulita dei ritardatari. Nella particolare congiuntura delle attuali relazioni umane – caratterizzata dalla loro implosione al di qua e al di là dell’umano – i fogli di carta (o le loro impronte digitali) possono ancora farsi sensibili a questo nostro particolarissimo clima. Quale clima? Quale perturbazione?

La qualità dei mutamenti deve sempre molto a quanto profondamente essi riescono a vivere la loro pulsione distruttiva. E’ allora utile fermare l’attenzione su ciò che si dilegua. Non per trattenerne il destino ma per meglio attrezzarsi per ciò che seguirà e già sta seguendo. Accettarne la necessità. Sensazioni, appunto: stato d’allerta. Tremori, appunto, in cui sapere auscultarsi. Prendere appunti su fogli sparsi che, una volta assolta la loro funzione, possono essere gettati via. Il libro monumentale continuerà ad avere mercati di antiquariato, ad essere un oggetto a caro prezzo, come l’arte; il libro effimero sarà il solo a potere soddisfare non un’epoca e neppure un’epoca di mezzo, ma le giornate di congedo del loro tempo.

Nell’euforia delle nuove piattaforme espressive del web, s’è detto a lungo intorno alle doti psicosomatiche dei linguaggi digitali. Alla valorizzazione o alla penalizzazione di queste doti va ricondotta anche la questione del conflitto, reale o simulato che sia, tra barbari e civilizzati, tra linguaggi analfabeti e linguaggi alfabetici della civilizzazione; opposizioni tanto incastrate nelle più classiche dicotomie della società moderna da essere ora più o meno destinate ad un lungo tramonto, seppure insistente. Oggi di tali dicotomie si parla con più indecisione: cautamente nei confronti degli entusiasti della rete ma neppure in chiave apertamente critica nei confronti dei conservatori ad oltranza della letteratura. Le ragioni di tali ripensamenti? Molto complicate. Spesso anche molto noiose, lapalissiane o pretestuose. Questo avviene per il fatto di criticare il “mondo nuovo” a partire dai criteri del “vecchio mondo” e viceversa, ma senza una possibile via d’uscita perché è proprio l’ideologia moderna del “nuovo” a girare a vuoto alla stessa maniera dell’anello di Moebius.

2. Siamo dunque al centro del tema proposto da questo foglio o almanacco che indica come suo orizzonte di riferimento ciò che lega alla scrittura diverse forme espressive quali il teatro e le arti figurative, la voce recitata e l’immagine parlata, le voci e le immagini ricalcate, incise. Che altro se non la parola le attraversa tutte? Quindi anche il libro: non il libro come istituzione ma il libro nella sua sparizione, come lettera che muore (un paradosso che ha per maestro un grande e “spropositato” saggista come Gabriele Frasca). Il dispositivo cartaceo in cui per secoli la parola è stata custodita, sigillata, e che ora s’è fatto problema. Problema affascinante. Stregato. E infatti chi oggi s’avventura a fare l’editore è vittima di un pericoloso re-incantamento. C’è della follia in lui. E a lui si adatta lo scopo professionale di cui ho detto: mettere se stesso a rischio per fare circolare fogli di carta in cui le parole che vengono da fuori e da dentro possano vivere alla giornata.

Stato d’allerta, ho detto. Per questo m’è venuta in mente (da dentro) la sensazione del formicolio. La gamba affetta da un difetto di circolazione che si rivela nel dare spessore, consistenza, alla pelle e così la fa dolere e, facendola dolere, la fa presente: è la pelle infinita, nel suo dritto e nel suo rovescio, di cui ci parla in modo genialmente delirante – ostinatamente liminare, stimolante, libidinale – Jean-François Lyotard. Il formicolio fa sentire la pelle come un ostacolo – e insieme come apprensione – tra il dentro della carne umana e l’esterno mondo in cui essa abita: si dipana, si corrompe d’altro da sé. Lo si deve, questo formicolare, ad un alterarsi della trasmissione dei segnali nervosi (quindi alla capacità che i nervi hanno d’eccitare e connettere). Lo si deve a un difetto di comunicazione, di trasmissione, che fa venire in superficie la vita remota del corpo, appunto la carne, quella che funziona nel modo né volontario né involontario dei desideri. Questa pressione sui nervi può essere causata da una frattura (eccesso o errore di movimento) o da una lussazione (eccesso di lusso) o da lussuria (eccesso di piacere). Ed anche dal restare fermi per troppo tempo. O fare qualche abuso di droghe (lo sono anche le serie televisive di ultima generazione).

Sino a provocare perdita di sensi e di coscienza. Sino a bloccare, paralizzare l’intero corpo. Da venticello a tempesta. Ma ad essere esemplare è proprio quel brulichio – guarda caso lo stesso termine d’uso per la folla così come per l’agitarsi nella mente di molti pensieri – che per varie ragioni psicofisiche turba la cute di un dolore insistente ma lieve, sospeso tra fastidio e piacere. Un formicolio che s’annuncia senza scopo, innocente. Un bollire sottile. Eppure può essere persino il primo segnale di un cancro, il primo riverbero della sua invadenza mortale … o almeno così si può credere, data la stretta affinità tra brividi di piacere e brividi di paura.

3. Che le neuroscienze stiano oggi penetrando in ogni disciplina potrebbe essere una buona novella, un buon antidoto per i mali dell’ideologia. Oppure potrebbe significare soltanto una nuova chiave di sicurezza. L’imposizione di un nuovo sigillo da aprire chissà quando. Un espediente per ricominciare, invece che per finire. Una nuova disciplina, insomma (si pensi alle retoriche dell’eccellenza e della valutazione di cui s’ammantano le regole delle attuali istituzioni della scuola e dell’istruzione). Potrebbe significare una nuova canonizzazione dell’essere umano sempre in guerra con se stesso per mezzo di sé. L’editore di carte ipersensibili – la soggettività brulicante che potrebbe interpretare – è per me una persona chiamata ad orientarsi su questo bivio e tagliare la sua strada per il verso più opportuno. Scelta ultimativa, a patto di non volere deciderla come ultima. Immersi nella crisi del capitalismo, ne abitiamo le sue rovine e insieme frequentiamo la cieca volontà di potenza instaurata delle economie politiche che sovrastano tali macerie, tali rovinosi territori, senza incontrare più alcun freno alle proprie esclusive necessità e alla sofferenza che esse producono. Questo paesaggio suggerisce a molti il desiderio – dall’alto e dal basso delle società – di restaurare  le capacità “frenanti” dei vecchi regimi politici. E’ una giusta scelta?

Il principio bellico della competizione, fondato sugli arsenali della civilizzazione moderna, della sua paradossale storia, schiaccia ogni passata competenza riguardo a come fare mondo. E questo avviene, si fa avvenire, si fa futuro, perché il mondo su cui agisce la competenza continua ad essere il mondo che fu alla base della progressiva occidentalizzazione del pianeta terra. L’attualità della parabola europea questo ci insegna: non soltanto il fallimento delle nazioni d’Europa ma dell’intero sistema mondiale delle nazioni. E allora vuol dire che la competenza, invece di convergere in sinonimo di competizione, dovrebbe piuttosto competere con se stessa. Arrivare a immaginarsi – almeno immaginarsi – di potere porre un qualche freno alla catastrofe della globalizzazione solo mutando radicalmente il proprio orizzonte. Solo tenendo uno sguardo strabico su ogni attuale riproposizione del nesso progressista e umanista secolarmente instaurato dall’idea che la competenza debba riguardare la competizione, la debba produrre o ne debba essere il prodotto senza alcun scarto. E dunque che non vi possa essere un “distacco” – un vuoto – tra competenza e competizione. Sta qui per me il formicolio di sensi in grado di stregare una attività editoriale finalmente competente della incompetenza della società in quanto tale. Non ho esperienza di cosa provi un corpo morso dal vampiro (un etimo di stregati lo richiama), ma forse si tratta di qualcosa di assai simile a un formicolare di dentro e di fuori della pelle.

C’è infine di mezzo – a volere concludere sul formicolare dentro e fuori della pelle – anche la questione recentemente sollevata intorno agli “imbecilli” di Umberto Eco. Questione che continua a porre una distinzione sapienziale tra chi è in grado di governare il proprio ambiente e chi appartiene alla sua incosciente deriva. Questo genere di punto di vista assegna un ruolo critico – comunque critico, distintivo, sia esso nel giusto o meno, quindi ordinariamente critico – soltanto ai dispositivi di potere che dominano il mondo pretendendo di interpretarlo esclusivamente attraverso i propri stessi canoni. Quasi che la formula secondo la quale il problema della società civile nasce quando gli strumenti – la tecnica – si sostituiscono ai fini della natura umana, escluda di fatto dal suo quadro di valori la promiscuità della vita quotidiana, e cioè la costante, seriale, sovrapposizione tra mezzi e fini in una sola necessità di sopravvivenza. Imbecille viene da baculum. Anche “bacillo” ha la stessa provenienza. Bacillo si dice un microorganismo a forma di bastoncino diritto o curvo, patogeno per l’uomo in quanto, alimentato in ambienti ostili alla carne umana, aggredisce la sua cute, producendovi, tra varie muffe, il “carbonchio cutaneo” (il carbonchio, pensate! C’è una letteratura che ne ha parlato come pietra preziosa e lucente, diamante). Quindi esiste una relazione intima tra imbecille e bacillo: il primo, l’imbecille, è un corpo dal linguaggio imperfetto, carente: natura nata bisognosa e, per questo motivo, vita costretta a ricorrere ad un bastone per sopravvivere. Per vivere oltre la propria vita naturale, l’imbecille – facendo virtù del proprio difetto – si fa tecnica. Dunque siamo tutti imbecilli. Il secondo, il bacillo, diminutivo di bastone, è protesi più subdola e ambigua: viene dall’ambiente che ospita l’umano. Il bacillo è a sua modo una protesi dell’ambiente e, nel suo attaccarsi al corpo umano, non lo sostiene ma lo corrompe, lo può persino annientare. C’è una tecnica del mondo estranea all’umano e poco incline ad assoggettarlo e cioè a diventarne l’oggetto passivo. Così come, all’inverso, questo stesso pustoloso formicolio, debitamente trattato dalla scienza umana, si trasforma in cura (antibiotici: morte in cambio di vita, tecnica contro tecnica). Insomma, sempre di formicolii dei sensi si tratta: in una serie di metamorfosi che dalle piccole imperfezioni quotidiane arrivano alla oscurità e insieme lucentezza della morte. Questo è la tecnica che ci si ostina a volere ritenere come qualcosa di estraneo all’essere umano e al mondo vivente.

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