Omaggio a Olimpia e ai suoi amici

Pubblico qui questo mio testo apparso per la prima volta nel 1979 su Rinascita, tratto dal libro “Il Dispositivo Segreto. La Scena tra sperimentazione e consumi di massa” (Meltemi 2017, a cura di Alfonso Amendola e Vincenzo De Gaudio, con la prefazione di Gino Frezza), che raccoglie i miei Scritti Teatrali del periodo 1975-1980. Buona lettura.

Il_dispositivo_segreto

Omaggio a Olimpia e ai suoi amici
Alberto Abruzzese
[“RINASCITA”, n. 44/79, 16 novembre 1979, p. 37]

Ecco, questa volta, messi insieme dei pezzi di teatro come se fossero brandelli di un’altra storia: vi si parla di delitti, amorosi omaggi, personaggi attesi e mai venuti, stanche passioni, splendidi e catastrofici espedienti.
Tutto comincia, o forse finisce, alla Piramide di Perlini, durante la messa in scena della Cavalcata sul lago di Costanza, testo audiovisuale ricavato da Peter Handke, autore del la crisi dei linguaggi, della fine dell’impero dei significati e della stabilità dei significanti, autore dunque giustamente alla moda, come in abbondanza dimostra il colto programma offerto in sala.

Perlini e Agliotti continuano a dare prova di grande intelligenza, stando ai tempi della concorrenza cinetelevisiva (e non a caso in quel di via Sabotino sono tra i pochi ad avere saputo far teatro e a raccontarsi al pubblico). Il magnifico spazio di cui dispongono, addobbato come al solito su più piani e con diverse profondità, esibisce gesti e parole molto bene tra loro calibrate. Non appena il testo ci appesantisce per la sua pretesa drammatica, Perlini ci solleva da Handke e dalla presunzione letteraria e artistica mediante forti folate di industria culturale, divertiti scherzi mediologici, ammiccanti autocitazioni. A parte qualche momento di noia e fasi di recitazione urlata questa volta poco accettabili, lo spettacolo non può non piacere per la sua professionalità, per la sua colonna sonora, per il suo raffinato gusto mondano. Musica e collages.

Nel massacro dei luoghi comuni, appunto i luoghi comuni del piacere trionfano. Perlini riesce addirittura a far ridere: recupera i toni della commedia sofisticata non accontentandosi di giocare con la memoria hollywoodiana, con il giallo dei taxi, con i soliti reperti surrealisti, ma anche con i miti della televisione italiana. Insomma, lamento con Tommaso Chiaretti la scomodità delle panche, ma applaudo questo modo di fare teatro, abile nel mescolare e servire, nell’equilibrare e condire, dedito a inventare per piacere.

Un omaggio alla bellezza ironica di Olimpia Carlisi. Perlini in questo spettacolo ha usato l’inclinazione di ciascuno degli attori con la solita astuzia, per cui chi recita male viene usato consapevolmente come stonatura e dissonanza, e chi recita bene come fosse uno straniamento alla rovescia. Ma Olimpia è una splendida citazione. Per me significa la nostalgia di una generazione che ha amato il cinema, un personaggio che appariva nell’ombra dei cineclub romani e in quell’ombra l’avevo lasciata. Quando, ad effetto, Perlini la fa scendere da una scala sullo sfondo della scena e ce la espone da diva distratta ed evanescente, lei così «corporale», tutto ciò è davvero un colpo al cuore. Un dolcissimo addio all’avanguardia.

Da quelle ombre di cinema della memoria è facile muovere per un lungo viaggio, e tra i nomi che lo popolano sicuramente vi è Adriano Apra. Perché non l’ho visto a Firenze dove era presumibile trovarlo, in base ad un ragionamento analogo a quello che probabilmente ha reso automatica la scelta di Perlini per un immaginario cinematografico romano legato al corpo di Olimpia?
A Firenze, infatti, si è parlato in questi giorni di Hitchcock, il grande e insuperato regista della suspense, teorico acutissimo dei mezzi di comunicazione di massa e della produzione dei linguaggi come produzione di morte. Questioni non molto distanti da quelle imbandite sul lago di Costanza, sia per quanto riguarda il gioco perverso tra costituzione di regole linguistiche e loro trasgressione, sia per quanto riguarda le tecniche della citazione, del riciclaggio, della riproduzione di frammenti di informazioni. Dunque, dovendo parlare di Hitchcock, avrei desiderato ascoltare Aprà così come ho goduto nel vedere Olimpia in tutta la sua pertinenza al testo e all’occasione. E tuttavia questa assenza è stata il segno di una nuova traccia e quindi di un altro pezzo della storia che vado raccontando.

Un bicchiere contiene del veleno, un bicchiere di latte che il marito offre alla moglie contiene la morte. Perché tutti vedano quale diabolico rischio si cela dietro un atto d’amore coniugale, il regista cela a sua volta una lampadina nel bicchiere: esso risplende e così si annuncia allo sguardo del pubblico. Lo fece Hitchcock al cinema girando Il sospetto; se ne e ricordato Giancarlo Sepe a teatro mettendo in scena un suo molto cinematografico Macbeth, che, appunto cercando Apra per le vie di Firenze, ho potuto vedere all’Affratellamento (mi si raccomanda giustamente di ricordare che questo è ora il solo tentativo di teatro gestito da una casa del popolo; in effetti è cosa importante e importanti sono le scelte culturali che mi sembra intenzionato a compiere).

Ho un debole per l’occhio cinematografico di Sepe, e ancor più per la sua inclinazione a lavorare con la musica, sapendola scegliere e sapendo farla funzionare con i corpi degli attori (i suoi mi sembrano ormai specializzati in questo: poche frasi straniate, molti bisbigli e un continuo fluttuare fra le note, i ritmi, le danze).
Vero e proprio balletto, questo spettacolo si serve di Shakespeare come puro pretesto eppure con una sottile allusione culturale. Un dramma della gelosia, un delitto passionale, una storiaccia d’appendice, un melodramma da rotocalco, un fotoromanzo d’amore, una rimasticatura poliziesca: i frammenti del testo shakespeariano concorrono insieme alla musica e alle luci, agli effetti scenografici e alle facili allusioni coreografiche e costumistiche, nel creare l’incubo triviale del rimorso. Delitto e castigo su un treno hitchcockiano.

La misura ideale di questa regia di Sepe sarebbe di trenta minuti (ad un certo punto mancano nuove invenzioni ritmiche e la ripetizione cessa di essere funzionale alla godibilità del grottesco balletto); il risvolto drammatico rischia spesso di uscire dalla sua chiave ironica (il gioco delle citazioni si fa a volte pesante); ma per il resto lo spettacolo è notevole, con una serie di movimenti iniziali (il gioco delle telefonate) riuscitissimi, e una virtuosa catena di caroselli che dimostrano il sempre notevole affiatamento del gruppo. Apra non c’era, ma mi dicono ci fosse Agliotti in sala; non so. Ma la storia ha, così, bastevoli elementi per mettere insieme i pezzi altrimenti difficilmente componibili.

Commenti

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>