Censurare l’eros: oscurantismo o rivolta di Spartaco? [Il Dubbio, 06-02-2018]

Pubblico qui il pezzo che ho pubblicato su Il Dubbio il 6 febbraio 2018.

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HYLAS AND THE NYMPHS (1896), di JOHN WILLIAM WATERHOUSE

Siamo sempre di nuovo sulla scia delle accuse di molestie sessuali recentemente indirizzate a Balthus, che indenne dal porno non doveva essere del tutto anche se lo sapeva fare da grande artista, almeno quanto Picasso ( e secondo me assai di più rispetto a quel geniaccio autoreferente). Bufala o realtà questa notizia riportata dal Corriere della Sera? Antonella De Gregorio invita il lettore a giudicare l’immagine in oggetto: «Fanciulle di fresca bellezza e dall’allegro sorriso. Ma le ninfe a mollo nell’acqua, che rapiscono Ila (il bellissimo giovane della mitologia greca, prediletto di Eracle) in epoca di # Me-Too ( la campagna contro le molestie sessuali diventata virale) possono anche essere viste come una fantasia erotica inadatta e offensiva per il pubblico moderno. Questa, almeno, la posizione della Manchester Art Gallery, che ha rimosso dalle sue pareti il dipinto “Hylas and the Nymphs” ( 1896), di John William Waterhouse, artista britannico Preraffaellita, lasciando al suo posto uno spazio vuoto». Certo che ci si può trovare sconcertati di fronte a eventi che ci piacerebbe liquidare bollandoli soltanto come esempi di massima stupidità. E magari di grande stato confusionale, ma solo in alcuni brandelli della società civile.

Eppure proprio con eccessi come questi – così come con bufale apparentemente senza troppo gravi conseguenze – il nostro mondo si sta pericolosamente trasformando o comunque oltrepassando per chissà dove. I fatti che contano nascono ormai in un sempre più complesso conflitto di opinioni, e di tale conflittualità è colmo, brulicante, l’attuale intervallo di crisi tra l’opinione pubblica formattata e nutrita dai valori della democrazia e la caotica opinione pubblica derivata dalla sempre più profonda crisi di tali valori. Badate bene: è la stessa crisi in cui – conformemente al maturo capitalismo dei mercati e dei consumi – si sono sviluppate la tarda televisione e la post- televisione, quelle che hanno offerto il proprio bacino di esperienze storiche all’avvento repentino deinuovi media di Internet. Può essere che non si tratti ancora di quella potenza istintiva che da movimenti allo stato nascente arriva poi a farsi istituzione ( stato, educazione, leggi e pene). Forse non sono ancora apparati specificamente preposti a prendere l’iniziativa, ma sono persone che, da professionisti inquadrati nelle istituzioni, decidono di “provvedere” – per convinzione o opportunismo – a nome di persone allo stato brado, rumors di ‘ popolo’, sobillatori in buona e cattiva fede.

Sono ancora casi isolati, eppure potrebbero crescere e riuscire a raggiungere una soglia di non ritorno. A fare il pieno. Bisogna ragionare di questi fenomeni ‘ oscurantisti’, e si deve tuttavia capire che questo non è per nulla facile, confluendovi ragioni assai diverse tra loro e per lo più indirette. Proviamo a farlo con le Ninfe di Waterhouse. Certamente c’è da pensare alla ricaduta di millenni e secoli di dominio dei maschi sulle donne e di conseguenza l’accendersi ora di un’epoca di rivalsa delle e per le donne, insomma una guerriglia e infine guerra di potere. E dunque un conflitto in cui il vinto di un tempo passato e ancora presente afferra per sé le armi pesanti e leggere dei vincitori, una guerra in cui prima durante e dopo ogni battaglia si aggirano e sempre si aggireranno sciacalli e profittatori d’ogni risma e sesso. Tuttavia, oscurare l’eros spudoratamente esibito dalle arti rimanda almeno a tre altre ragioni.

1) La scintilla e traccia imminente di una ondata di superstizione che, come è già accaduto, potrebbe tanto crescere d’impeto e forza da farsi religione, una neo- religione selvaggiamente schierata contro il cinico relativismo raggiunto dalle tradizioni di fede occidentali – comprese quelle ideologiche e politiche – e decisa a riempire il vuoto che tali tradizioni hanno lasciato nella gente comune, tanto a lungo assuefatta ai loro catechismi pubblici e privati.

2) C’è di mezzo – proprio e non a caso al culmine della prolungata orgia di immagini prodotte dai media cine- televisivi e digitali – il sentimento dell’iconoclastia: ovvero non solo la rivolta contro l’oscenità dei corpi ( dalle reti del porno alla Ninfe della Manchester Art Gallery) ma un più totale rifiuto delle immagini, di qualsiasi immagine si tratti. C’è l’albore, sempre meno timido o represso, dell’emergere – proprio dentro la stessa felicità dei consumi – di una infelicità più grande, di un malessere esistenziale e psicofisico ben più profondo del benessere acquisito o atteso o sperato ma comunque continuamente assediato dalle forze nemiche del quotidiano. Da travisamenti e tradimenti di ogni verità promessa, da una procreazione infinita di ‘ falsi’. Dalla percezione dei propri limiti da parte anche dei più accaniti consumatori di immagini ( in questo la serialità di ultima generazione ha già svolto un particolare ruolo stressante).

3) Anche la sfera dell’arte, allora, è sottratta al suo più classico statuto: la licenza di arrivare a dire tutto ciò che nella società è interdetto ma a patto di disporre di una estetica in grado di interfacciarsi dialetticamente con le etiche e persino le politiche del proprio sistema di appartenenza ( statuto dunque squisitamente occidentale). A lungo succubi, gli incolti dell’arte – di quella che si conserva nei musei, nelle gallerie, nelle case dei ricchi, si insegna a scuola e si vende a cifre astronomiche, proibite, e che le arti nuove continuano a riciclare sugli stessi mercati – forse potrebbero cominciare a rivoltarsi, non più istintivamente ma consapevolmente, contro ogni icona dei valori e delle forme che li hanno da sempre assoggettati. Può essere probabile. Ma forse, in virtù dei mondi mercato cresciuti in loro a dismisura, potrebbero anche cominciare a non avere più bisogno di credere di essere stati vittime di una terribile ingiustizia sociale e di ritenere che in quelle opere si veda tutto ciò che la società vieta loro di fare e pensare.

Certo una via imminente, se non già in atto, può essere quella di arrivare a persone, gruppi e movimenti che sentano di dovere battersi contro l’ostentazione estetica della ricchezza e dell’omicidio, della violenza tra esseri viventi secolarmente coperti da chiese o sovranità o ideologie, a loro modo anche queste “lussi” vietati a chi non li possiede per rango e conoscenza. Questi insorti – diseredati da una terra che è stata sempre promessa loro – potrebbero arrivare a decidere di interdire l’ostentazione pubblica di tutti i beni di cui non possono disporre a meno di non mettersi fuori legge. Il fatto stesso che la fiction di massa, oggi tanto segmentata da aumentare le sua penetrazione, stia scaricando tonnellate di devianza – orge, sangue e morte – sui monitor quotidiani degli spettatori comuni, potrebbe essere scambiato per antidoto, compensazione, deterrente di una possibile rivolta contro le libertà esclusive, materiali e spirituali, delle arti di “vecchio regime”. Ma questa fantasmagorica offerta a chi ha fame e continua a vivere dal basso di una tavola bandita per altri pochi commensali, potrebbe anche rovesciarsi in bacino di coltura di affamati sempre più consapevoli non solo dei propri appetiti ma dell’umanità intera. Il colto seriale – cioè chi si è coltivato, venendone coltivato, nella serialità diffusa in ogni canale di consumo, e dunque è cresciuto nel proprio “genere” di appartenenza senza che nessuno gli dovesse più insegnare qualcosa “da fuori” – potrebbe crescere nella convinzione di disporre di quanto basta a smascherare anche se stesso insieme a tutte le forme di arte del potere. Una sorta di rivolta di Spartaco. Ma di questo a suo modo va allusivamente parlando la fantascienza attuale, in cui, come mai prima, messa alla prova della tecnologia c’è la stessa carne sofferente che la produce: la cerimonia del potere, della volontà di potenza e del desiderio, è in comune. È un inemendabile “bene comune”.

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