Vorrei parlarvi di quel senegalese ucciso dopo le elezioni [Il Dubbio, 08-03-2018]

Firenze, 5 marzo 2018, un uomo ha ucciso un cittadino di origine senegalese a colpi di pistola sul ponte Vespucci, in pieno centro. Una terribile vicenda di sangue, nella quale molti hanno subito visto un movente razzista.

La procura, invece, ha parlato dell’aggressore come di un uomo disperato, in stato confusionale, che voleva farla finita ma che poi, per un motivo ancora inspiegabile, ha rivolto l’arma verso l’immigrato uccidendolo. Day after: questa espressione, elaborata a cavallo tra i due ultimi millenni, è stata molto fortunata nei prodotti e consumi dell’immaginario cinevideo- musicale del pianeta Terra.

Significa che ci è dato capire il reale significato di un evento catastrofico soltanto il “giorno dopo”: solo allora la catastrofe rivela il proprio contenuto e per questo la si dice, con più colore e passione, Apocalisse. Ovvero – detto in lingua volgare – Rivelazione: parola che, dispiegando le proprie superiori ragioni extra- mondane, rimette sempre in gioco l’istinto umano di sopravvivenza e il conseguente suo desiderio di ricevere una promessa di salvezza da qualche sovranità superiore.

Da qualche Dio nascosto (ricordarsi che fu Caino a nascondersi dopo avere ucciso Abele). Dal giorno dopo le elezioni del 4 marzo, di mattina in mattina e di tramonto in tramonto, per qualche tempo un continuo rovello apocalittico toccherà a tutti i “perdenti dal basso” e cioè non i politici sconfitti – che per lo più se lo sono meritano – ma chi li ha votati, sperando di potere convocarli a proprio favore. Per trovare la propria colpa e capire l’espiazione da compiere, quanti hanno sperato dovranno scavare assai più a fondo di se stessi.

Esagero? Credo che per capire il senso degli eventi sia sempre utile spingersi oltre. Tuttavia è vero: nessun catastrofismo e isteria può tornare praticamente utile a un millennio che nasce già di suo isterico, afflitto dal proprio doloroso parto (è infatti l’utero ad avere funzionato da etimologia per l’aggettivo isterico). Dunque bisogna calibrare bene l’interpretazione di questo episodio fiorentino – la morte, le notizie, i tumulti di piazza che ha prodotto – scegliendolo sì come un primo episodio della fase post- elettorale in cui la catastrofe appena avvenuta si è rivelata in tutta la sua portata, ma anche lavorandolo di post- produzione con una qualche ironia, per quanto macabra. Si tratta di un fatto che forse non è ancora in tutto “chiaro” ma che comunque è già così immaginabile come “racconto significativo”: il truce episodio razzista – salutato come prima conseguenza dell’odio liberato dalla fortunata campagna contro lo straniero condotta in “perfetta coscienza” da Salvini – s’è rivelato essere un atroce gesto suicida per interposta persona. Straordinaria “verità” o meglio “invenzione” ( la cronaca è sempre una straordinaria fiction dal vivo): una persona desidera morire ma non avendo il coraggio di uccidersi uccide l’uomo della strada e questi – essendo la strada un passaggio ad uso e consumo di chiunque, un luogo comune, un diritto civile – si trasforma in un uomo di colore. Per caso? Per un avverso destino dell’essere umano? Avverso per chi?

Proviamo a fare di questo episodio isolato una allegoria, una rappresentazione simbolica: c’è un essere umano stanco di vivere che tuttavia non ha – o non “crede” di avere – la volontà di potenza necessaria a infierire sul proprio corpo e dunque costruisce, in pochi istanti di genio, il capro espiatorio del sue stesso desiderio di morire. Se ne può evincere questo: la volontà di potenza che non è bastata al potenziale suicida è invece più che bastata a trasformarlo in omicida. Non porta a nulla pensare che questo “bastare” a se stessa della volontà di potenza sia da assegnare ad una condizione di follia estranea all’umana condizione quotidiana: le strade sono piene di folli che crediamo folli esattamente come non possiamo credere di essere folli noi stessi. Ci hanno insegnato e abbiamo imparato che la follia è sempre la più felice rivelazione della normalità.

Il colore della vittima non c’entra nulla? Vuole dire allora che siamo tutti esseri umani e tutti abitiamo strade e piazze? Che abbiamo finalmente accolto l’idea che non faccia differenza tra un colore e l’altro della pelle? Evidentemente no: per la città e i media è stato il colore del cadavere a creare l’evento, a metterlo nell’agenda dei fatti significativi. Nero su bianco: serve a come orientare l’opinione e elaborare il lutto in base alla diversità tra gli attori sociali in campo e alla domanda del mercato. E allora possiamo davvero sostenere che la volontà di potenza di chi crede di essere votato al suicidio non guarda al colore delle sue vittime?

Non è il suicida a dare senso alle sue azioni ma la scena in cui ogni azione si colloca. Quella mattina del giorno dopo le elezioni, la messa in scena mediatica aveva già pronti i ruoli da assegnare. Gli effetti speciali con cui colorare le figure. Aprire le danze tra colpevoli e innocenti. Il colore c’entra per intervento delle differenze sociali: sono loro a colorare la pelle. Il colore così come la differenza tra abitanti nativi e stranieri. Passo dopo passo, su questa storiella urbana finita male ( ingiusta da ogni punto di vista: il bianco non è riuscito a morire e il nero non è riuscito a vivere) – si può fare un discorso sulla maleducazione. Non su quella delle persone, dei loro diversi galatei e abiti mentali, così tanto esplosi tra una ciarla e l’altra del malanimo elettorale. Ma sulla cattiva (prigioniera), falsa (artefatta), educazione della coscienza umana in quanto tale. Dunque su quella rimozione del sé che proprio i valori dell’umanesimo e dei legami sociali in cui si sono incarnati hanno prodotto sulla persona facendogli credere di essere “libera” e “buona” per natura. Dall’episodio di cronaca da cui siamo partiti si può quindi ricavare una precisa chiave interpretativa: il soggetto occidentale (la soggettività di ogni forma di potere) è sempre più stanco di sé, desidera morire o soffre sempre più della propria vita, eppure continua a uccidere recuperando all’ultimo momento proprio quella stessa volontà di potenza che pareva essersi spenta.

Quella violenza da cui è stato fatto credere indenne per virtù dei saperi e delle istituzioni della civilizzazione, le quali lo hanno sempre voluto giusto e buono per diritto elettivo, per donazione sovrana.

La stessa favoletta del buon vecchio cittadino che, giunto al termine della propria disperazione, uccide il primo passante che gli capita davanti (magari apparso alla sua senile follia con il colore più giusto per soddisfarla), può essere raccontata giocando con la letteratura di genere – quella ispirata dalla figura liminare del Vampiro – nata dalle più profonde inquietudini ottocentesche sulla natura terribile e irredimibile della coscienza umana. Su tutti i fantasmi di sangue che sarebbero giunti a compimento nel Novecento. Cronache del giorno dopo: esce di casa un vivo che vuole sopravvivere come morto e per esaudire il proprio ultimo desiderio di redenzione s’appropria della morte di un vivo.

IN APPENDICE: la notizia giunta in seguito alla stesura del mio testo, relativa alla visione dei filmati delle telecamere

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