Delle falsità e del popolo [Il Dubbio, 18-03-2018]

[articolo pubblicato su Il Dubbio il 18 marzo 2018]

A proposito di Grillo bisogna ammettere che ora non è il suo post-grillesco movimento a essere diventato ipotesi di governo, ma è la macchina governativa in quanto tale a essersi impossessata del movimento da lui devotamente acceso. La macchina governativa si è impossessata del movimento post-grillesco.

Grillo pensa – o scrive pensato – ma comunque affronta un problema cruciale per chi abbia a cuore il “che fare”: “… si deve garantire a tutti lo stesso livello di partenza: un reddito, per diritto di nascita”. Più che continuare a demonizzarlo per principio (per odio di pensiero) – la mia non vuole essere una dritta sulla formazione del governo, tutt’altro – sarebbe meglio ripensare al percorso esistenziale di un comico di vocazione divenuto intellettuale d’assalto e capopopolo. Bisognerebbe ricordarsi che il genere comico è più sensibile all’umano perché assai meno dialettico del genere tragico e della commedia degli inganni: tutti dispositivi a fondamento della civilizzazione. Mentre invece l’effetto comico è un disturbo irreparabile della quiete civile. Massimo coinvolgimento e insieme straniamento fatale.

Cosa significa contrapporre il diritto di nascita al diritto di cittadinanza, che è diritto ancora sotto l’ala nefasta dell’idea di cittadinanza come bene elettivo, forma consacrata di potere, soluzione obbligata per uno Stato virtuoso, per una sovranità clemente e caritatevole verso i suoi sudditi? Il “noi” usato da Grillo nel suo ultimo post su suo diario fb è davvero ancora del tutto incapsulato nella progressiva mondanizzazione politica che ha subito il suo movimento? Riflettiamo: un movimento in origine virale (come automaticamente lo è una risata), nato per iniziativa della sua personale verve giullaresca. Come se per lui si trattasse di verificare la riuscita emotiva delle proprie battute carnevalesche, appunto dissacranti proprio in quanto dette al cospetto del Re, della sua sovrana presenza. Di un comico che non può fare a meno del suo terribile “doppio”.

Per rispondere alla domanda su quale sia il “noi” di Grillo, conviene partire dal suo superamento dell’idea di società fondata sul lavoro: una ideologia che frutta al potere obbligo di riscatto, debito, senso di colpa tutto a carico dell’essere umano. E ammettere che ora non è il suo post-grillesco movimento a essere diventato ipotesi di governo, governo in pectore, ma è la macchina governativa in quanto tale (i suoi dispositivi di legge, la sua costituzione) a essersi impossessata del movimento da lui devotamente acceso. E allora conviene dire piuttosto che è un “noi nudo e crudo” del tutto umano (lo sappiamo: inevitabilmente “troppo umano”) ma di certo non un “noi sociale” a fare dire a Grillo la necessità – l’urgenza – di contrapporre il diritto di nascita al diritto di cittadinanza. Come dire stato di natura invece che stato di diritto.

E’ un bel salto. Alla falsa coscienza delle forme di potere che dispongono della vita delle persone si contrappone qui la falsa coscienza dell’essere umano in quanto tale, convinto da sé medesimo a manifestarsi come pura, decantata, volontà di potenza. Un volere esistere, venir fuori, sospinto ad armarsi dalla sua stessa carnale necessità di sopravvivenza. Alla luce di questa svolta, la violenza antipartitica del P5S si trasforma in violenza affermativa pura e semplice, desiderio di vita disposto a tutto pur di venire soddisfatto. Desiderio sfrenato a ragione della bontà dei suoi stessi fini: arbitrio assoluto a fronte di ogni altro arbitrio.

La questione riguarda direttamente lo snervante dibattito sulle falsità delle notizie che circolano nei media: vera e propria arma “isterica” contro ogni possibilità che le informazioni servano davvero a fruttare “negoziazione” tra parti e interessi in conflitto tra loro. A proposito dei negazionisti o meno delle fake news, penso che sia magra consolazione tracciare una differenza tra chi ammette e chi non ammette la attuale dolorosa sovrabbondanza di falsificazioni d’uso sul mercato delle emozioni istintive. E di conseguenza sia inutile anzi dannoso pretendere che tale differenza funzioni da discrimine tra chi è democratico (oggettivo sul mondo?) e chi non lo è più o mai lo è stato o potuto essere, diventare: soggetti luciferini che si sono precipitati giù dai cieli di quella ingenua fede democratica di cui hanno fatto e fanno professione professori come Noam Chomski e da ultimo come Derrick de Kerckhove.

Il problema per me consiste nel “fatto” che di falsificazione dei “fatti” la stampa e l’informazione si sono sempre servite, sempre hanno saputo e voluto servirsi: fatti su fatti: fatti che inglobano e modificano altri fatti per produrne ancora altri altrettanto necessari a chi li produce e “riproduce”. L’idea deontologica sulla obiettività delle notizie non era forse il risultato di un sistema compatto di condivisioni sociali che aveva il suo fondamento sulla propria stessa parzialità politica e istituzionale? Sulla sua stessa convinzione di esprimere e produrre verità indiscutibili? Verità che inglobavano in sé la propria interpretazione ideologica?

Dunque avremmo bisogno di assumere un punto di vista radicalmente diverso su questo proliferare di notizie che vengono inventate dalle singole parti di una società civile che si è amputata al proprio interno; notizie sempre più disaggregate, sempre più in guerra tra loro, espresse da un corpo sociale imploso, urlate dalle membra (arti, artifici) disarticolate della sovranità prima incarnata nei vecchi regimi della democrazia. Niente patto sociale (quello che teneva insieme interessi contrapposti) ma, al suo posto, la lotta di sopravvivenza di “credenze” inconciliabili tra loro.

Ecco, credo che riuscire a orientarsi e a orientare in questo mare di superstizioni (tali proprio riconoscendo ad esse il senso più profondo di chi le esprime) debba comportare non lasciarsi distrarre dai “falsi” e non rendere così altrettanto falsi noi stessi. Non pretendere di sbarazzarsene in nome di verità deontologiche perdute, ma ragionare il meno istintivamente possibile, con il massimo di vocazione antimoderna possibile, sulla natura delle credenze di per se stesse. La violenza con la quale esse si stanno esprimendo dimostra che l’intera impalcatura dello Stato (dunque delle politiche che lo hanno prodotto e che esso ha prodotto) è crollata in miseria: la violenza umana ha ritirato la propria passata delega allo Stato. Alla politica, che di tale fiducia ha abusato. Alla condizione umana, abbandonata alla violenza dei propri appettiti, è venuta così a mancare la propria fiducia e speranza nel fatto che il sovrano – quello divenuto “terreno” per il definitivo tramonto di quello “celeste” – potesse essere il più giusto proprietario e decisore della violenza di ogni cosa vivente.

Il dibattito sul populismo è di questo che dovrebbe decidersi a parlare: i partiti attuali, ciechi e sordi sulle ragioni e vocazioni per le quali sono nati e con le quali si sono troppo a lungo giustificati, fanno del popolo il cinico strumento della propria pretesa di conservare la sovranità perduta appellandosi alla virtuale capacità di violenza del popolo. E – dato che l’astuzia massima della civilizazione moderna è consistita nel decretare sovrano il popolo – fanno credere (o magari credono davvero) di potersi affidare alla  decapitata sovranità popolare, al suo vuoto di autorità quanto più ricolmo di dolore, sofferenza e morte. Se ne può ragionare?

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