Senato e Camera parlano [Il Dubbio, 27-03-2018]

Come tanti, ho ascoltato i due rispettivi discorsi dei neonati presidenti di Camera e Senato. Hanno detto molte parole di unità nazionale non interamente previste dati i tempi isterici cui ci si è assuefatti (come ad esempio la dichiarazione che solo dalla singola persona può venire un rinnovamento della società oppure, per quanto dovuto, l’apicalità delle donne nel mondo contemporaneo). Per capirne un loro più veritiero significato, andavano decifrate tanto le sfumature convenzionali, burocraticamente obbligate, quanto scarti o conformità rispetto agli intenti – reali proprio in quanto selvaggiamente strumentali – urlati in comune dis/accordo dalle forze politiche in procinto di governare la Nazione per diritto di conquistate maggioranze. Paradosso: la propaganda elettorale è stata sincera, appunto realistica, assai più della sua conclusione in Grande Cerimonia di Stato. Tuttavia, ascoltando quelle parole, ho avuto la conferma del potere delle convenzioni parlamentari. E insieme, anzi forse a ragione di tale conferma, ho avuto piena cognizione del loro sempre rinnovato tramonto. È proprio questa potenza dei cerimoniali dell’apparato in sé e per sé (della sua originaria costituzione, scritta e dunque sempre “verbalizzabile”) a venire meno quando, come sempre è accaduto, i singoli deputati si accapiglieranno tra loro in aula passando dai protocolli alle parole vive e da queste ad urla, improperi e magari botte.

Eppure, quel dire pacato sui propri impegni presi e promessi mi ha toccato davvero come accade quando ci si trova di fronte a una radicata tradizione, sia essa un piatto ben sfornato o un paesaggio che ritrovi dopo anni di abbandono. O una vecchia fotografia nel cassetto. Lo dico con nessuna valutazione sostanzialmente positiva per i rituali della democrazia: non per quello che essa si è sempre più rivelata dopo la svolta postmoderna delle nazioni d’Occidente, quando alla democrazia sono venute meno la dignità e sovranità di popolo con cui, facendone una propria invenzione, s’era affermata. Ma tanto meno intendo dirlo per ciò che essa è sempre stata in quanto tale: ideologia delle maggioranze sulle minoranze. Nuovo sembiante mondano del diritto divino alla violenza. Se, ascoltando Maria Elisabetta Alberti Casellati e Roberto Fico, ho avuto un moto momentaneo di “sereno” ascolto delle loro parole così “bene educate”, è perché comunque credo gioverebbe al clima di questi e futuri giorni una pacata assunzione di responsabilità formali, un galateo comune, responsabilmente falso e falsificabile. Un accordo sugli strumenti verbali della contesa politica: la sospensione di una concitazione accusatoria che certo non può giovare al lavoro quotidiano e paziente che dovrebbe caratterizzare lo svolgimento dei compiti assunti da maggioranze e minoranze decise a non offendere chi le ha rese tali.

Speranza che sto vedendo subito delusa dalla qualità delle argomentazioni prevalenti sui social. Ad esempio: s’è tanto polemizzato contro la grettezza di chi sbraitava, ciecamente e furiosamente, contro gli inciuci dei politici oggi caduti nella polvere, eppure ora si polemizza con altrettanta virulenza o scherno contro la resa, strumentale e quindi indubbiamente politica, dei compromessi adottati dai vincitori. Che all’insegna della demonizzazione dell’inciucio – in lingua italiana, compromesso – ci sia, a destra e a sinistra, una comune demonizzazione di comodo della politica per ciò che essa è? Ma potrebbe essere diversamente? Chi, in questi giorni, è stato tra i pochi su FB a ricordare – con massimo disappunto dei più – che il vincolo tra compromesso e politica costituisce una dote di interesse pubblico? Gli ho dato ragione, ed altri con me. Per opportunismo o moderatismo, tradimento di giuste cause, vista corta? Forse anche per questo, ma a me pare che invece si tratti di un ragionamento da prendere in seria considerazione. Scontato che lo scelgano quanti conservano nel loro DNA una tradizione riformista per convinzione ideale e non solamente strumentale (fu proprio il “compromesso storico” a praticare, confermare, la spaccatura tra due opposte ideologie dei movimenti di sinistra che tanto pesano, seppure esangui e stremate, ancora oggi).

Ma credo anche che si possa arrivare a condividere o comunque capire – non da riformisti ma da estremisti – l’idea di una politica necessariamente votata al compromesso proprio partendo da un presupposto radicalmente anti-riformista. Lo si può fare, una volta che si sia in grado di cogliere la vera natura delle forme della politica come conflitto tra diversi soggetti di una stessa sola vocazione umana alla sopravvivenza, di un desiderio “bene/male comune” che è proprio di ogni individuo: nella vita quotidiana delle singole persone così come nella vita pubblica della società? Sono convinto di questo. Ma già basterebbe raschiare via dalle professioni politiche la spessa crosta abitudinaria che nasconde la loro assenza di vocazioni in grado di essere all’altezza della complessità che sarebbero chiamate a governare. Per un buon esercizio di riformismo (lo si diceva per la sinistra ma oggi ogni schieramento di partito è riformista rispetto alle proprie origini) ci vuole un retropensiero estremista. E questo proprio per riuscire ad evitare la violenza e lo spreco, la sostanziale inadempienza dell’estremismo come prassi politica. Cerco di spiegarmi commentando le ragioni per cui ho dichiarato sul mio diario FB di avere trovato invadente e scorretto il discorso di Giorgio Napolitano ai neo-senatori chiamati ad eleggere il loro Presidente.

Qualche amico mi ha civilmente obiettato che quel discorso gli era invece sembrato appello innocente e responsabile. Da lungo tempo mantengo un giudizio molto nagativo su Napolitano (lo conosco da quando lo ebbi come responsabile della commissione cultura del PCI e mi dette ampie prove della sua vocazione anti-estremista). La mia critica, tuttavia, si è fondata proprio sulla valutazione del dispositivo culturale che – durante l’intero suo mandato di Presidente – Napolitano ha applicato in ogni sua pur legittima pretesa di garantire il corretto funzionamento delle regole democratiche dello Stato e dei suoi Governi. A tale suo ruolo – proprio data la sua esemplare coerenza riformista – non imputo tanto le conseguenze delle sue personali scelte politiche (il “male” non è tanto venuto per sua responsabilità o cecità ma assai più per il fallimento, volontario o obbligato, dei soggetti da lui incaricati ad assolvere i compiti di governo loro affidati: da Monti a Renzi). Ma imputo invece la totale assenza di un pensiero che guardasse più in profondità la reale condizione delle istituzioni e usasse il suo prestigio (o potere) per dare una direzione nuova ai processi legislativi.

Un solo esempio: la sua totale indifferenza al destino della ricerca e formazione in Italia: segno di una irresponsabilità politica e culturale nei confronti dei ceti dirigenti e del lavoro istituzionale da aspettarsi per figure di presidenti più tradizionaliste, meno irrituali (ingerenti) e meno influenti di lui … ma non da lui. Purtroppo l’anima strumentale della sua educazione comunista ha ragionato in termini di potere e non in termini di “contenuto critico”. La sua incapacità di pensiero estremista ha acceso la miccia di nuovi estremismi fuori controllo. La mia passata esperienza dentro le mura del comunismo italiano è consistita nell’avere continue prove che, ad essere assente o ricusato, non era l’estremismo ma una autoformazione riformista che sapesse riconoscere le verità riposte nella estrema capacità di comprendere i rapporti di potere della società moderna.

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