Tra il piccone e il cesello [Il Dubbio, 03/04/2018]

[articolo pubblicato su Il Dubbio il 3 aprile 2018]

Filastrocca stregata, quella che recitava ai bambini “piazza mano piazza, ci passò una lepre pazza …”. È accaduto: l’irruzione è avvenuta … la piazza ora fa davvero rima con la pazzia di un animale. Assai prima che la miccia novecentesca si accendesse, qualcuno assai sensibile ai traumi interiori dell’informazione aveva scritto Detti e contraddetti: la formula s’addice alle pacate e stolide proverbiali convenienze con cui appena poco tempo fa, ben urbanizzati e socializzati, ci si sentenziava innocenti o colpevoli proprio nel nominarci “homo homini lupus” e “lupus in fabula”. Son tutte fabule che da finzioni si son fatte realtà: ora lasciano il posto all’indole selvaggia di umani appunto realmente “mannari”: davvero lupi di continuo in giro tra piazze di carne tremula e corpi liberati in rete. Detto diversamente: dai regimi conversativi e relazionali delle nostre vite digitalizzate emergono e insieme sprofondano frammenti di senso comune in cui, a scontrarsi tra loro, non son più soggetti compiuti in se stessi ma irrisolte emergenze pregresse: rigurgiti in cui a dominare sulle prime e seconde persone è sempre il “terzo incomodo”. Sempre di nuovo l’altro da te che ti incombe da dentro e da fuori: in un gioco di specchi tanto pieno di stupore da renderci stupiti e per questo stupidi. Ma guai a prendere sotto gamba la stupidità che ci è dato abitare, come credendosi furbi, stanno invece facendo proprio i più “saggi”. Sono i grandi simboli della tradizione ad essersi sparsi e disciolti in essa. Va sfruttata la tribale, pagana, confusione che, subito repressa nel sangue, si aprì quando ancora in attesa delle leggi divine scritte nel libro di pietra di Mosè.

Presagi: tempo di streghe, ululati che son dicerie e rivelazioni. Come accade in ogni annuncio di sopravvenuta apocalittica sventura. Il libro muore nel coro di voci sul vuoto che ci avrebbe lasciato. Sul buio in cui ci avrebbe gettato. Di ogni opposto degrado parlano a proprio piacimento e istinto tutti i social scambiandosi lodi e accuse di ignoranza e virtù. Per il vecchio “onesto” progressista, la colpa dell’egemonia di popolo, ora conquistata dalla cultura politica delle destre e dei grillini, non può che dipendere proprio dalla caduta d’ogni legame civile tra le persone e la lettura. Opinione pubblica, infanzia e formazione sarebbero tracollate nei falsi giochi di ruolo dei linguaggi virtuali. Le falsità e le falsificazioni dell’agire umano sarebbero nate soltanto in virtù della tecnica e dei tecnologi. Dopo gli algoritmi.

La situazione è grave ma non di meno lo sono le sue interpretazioni. Su queste bisogna intervenire. E farlo presto. A cominciare da quell’incessante tormentone sulla morte del libro in cui continuano a sentirsi coinvolti, a dichiararsi diretta parte in causa, tutti i settori – istituzioni, apparati, professioni, movimenti – della società. Ma, con questo mio articolo, non sono per nulla sicuro di riuscire nell’intento, trattandosi di una questione spinosissima per i conflitti di interesse che vi prevalgono in quanto da sempre posta in modo sbagliato, scorretto e tendenzioso.

Non avrebbe potuto essere diversamente dato che il salto dalla pagina del libro a quella digitale (che pagina non è più …) è ben più traumatico del salto dalla cera alla pergamena e forse persino dalla pietra al papiro. Era inevitabile che, dalla progressiva caduta del supporto cartaceo della scrittura, si sarebbe sollevata non una ponderata discussione sui mezzi ma una esasperata battaglia intorno alla paura che con i mezzi svanissero anche i fini e di riflesso apparisse quanto i fini incarnino il potere. E dunque inevitabile che ne nascesse una guerra tra simboli, ideologie, abitudini e desideri. Si facesse palese l’ennesimo e forse ultimo “tramonto” dell’Occidente, coinvolgendo nella propria cieca necessità di sopravvivenza ogni sfera sociale: politica, educazione, professioni, etiche e estetiche, religioni, economie e deontologie. Eccetera. In ciascuna di queste sfere si sono sollevate le voci – soggetti e ruoli – che presentono come propria sventura il tramonto delle pagine in cui così a lungo sono restate scritte le loro leggi.

La questione davvero in gioco è evidentemente relativa non alla sopravvivenza del libro ma alla terminale sopravvivenza degli scrittori di società del tempo moderno. Questi emanuensi sono stati capaci appunto di sopravvivere persino all’orgia di immagini esplosa dall’Ottocento in poi. Ci sono riusciti grazie alla capacità di governo con cui la scrittura ha saputo – dalla nascita della fotografia sino al trionfo della televisione – sceneggiarle ovvero scriverne le trame narrative e cognitive, dare il proprio significato al loro significante. Assoggettarle. Considerata dunque la difficoltà di affrontare un argomento così vasto e complesso, provo a farlo ricorrendo a un personaggio di indubbio valore intellettuale come Alfonso Berardinelli. Autore che piace e dispiace con uguale acrimonia. Ma mai fermarsi alla prima impressione: tra cervelli grossi e cervelli fini c’è sempre la difficoltà di capire chi abbia la meglio. E a chi tocchi perdere o vincere la posta. Il mestiere degli uni e degli altri è sempre a rischio di smarrire ciò che più conta tenere presente. A favore di chi davvero ci si batte.

Alfonso Berardinelli fa di professione il critico letterario ma lo si può difficilmente chiudere in questa etichetta. Meglio, forse, presentarlo come “moralista” nel senso più classico, storico, del termine. Ed è capace di usare lo scalpello anzi il piccone del rottamatore così come il cesello dell’artigiano di qualità. Ha prima di tutto la stoffa del fustigatore di mode. Ma non tanto quelle collettive che ondeggiano sui mercati del consumo voluttuario – delle quali a suo avviso è troppo facile, scontato, smontare gli inganni e le miserie – quanto piuttosto quelle che nascono dai maestri di pensiero più in voga tra le élite della cultura “ancora grande”: ad esempio Giorgio Agamben, così dotato di autorità e visibilità libresca, oppure Massimo Cacciari, paradossale congiunzione tra prestigio cartaceo e altrettanto estrema fortuna televisiva.

Tuttavia sulla sua figura una cosa va detta prima di ogni altra: in effetti risulta l’unico esempio di docente universitario italiano che da anni ha abbandonato l’istituzione accademica per potere fare professione della propria vocazione intellettuale e esercitare liberamente le sue doti di cultura e intelligenza sulla stampa periodica e sul libro cartaceo. Una scelta “mediatica” consapevolmente refrattaria a qualsiasi seduzione social, digitale o d’altra “diavoleria” di rete. Ovviamente tale scelta – che lo accomuna con quanti restano ostinatamente al di qua della cortina di ferro tra società moderna e società delle reti – ha un peso politico molto significativo. Significa restare al di qua del dicibile. Al di qua del mondo reale. Esiliarsi con orgoglio.

Recentemente ha pubblicato un interessante, originale, articolo in cui le ragioni della crisi del libro vengono attribuite alla miseria attuale della critica: «Quando il brutto è visto e teorizzato come bello e il bello sembra brutto, quando i critici sono spesso puri apologeti dei “grandi eventi” e illustrano pensosamente qualunque escogitazione formale o spettacolare, allora il pubblico tace perplesso e si rifugia nell’indifferenza. Meno capisce e più si sente pronto ad accettare senza obiezione qualunque cosa gli esperti propongano come arte. Lascio volentieri queste disperanti questioni ai critici d’arte e ai teorici di una postmodernità che non smette di finire».

Ci sono due prospettive da assumere per chi lamenta “una postmodernità che non smette di finire”. La mia è nettamente diversa da quella dell’amico Berardinelli in cui prevale la posizione di chi vorrebbe che la cultura facesse un passo indietro rispetto non tanto alla sua attuale inconsistenza quanto piuttosto alla sua ormai remota catastrofe, quella avvenuta ad opera delle avanguardie storiche. Il mio ragionamento rovescia la sua posizione. Per me, l’obiettivo da privilegiare è fare fruttare quella storica caduta delle “lettere” e delle “arti” (dal dadaismo al surrealismo) per spingersi oltre la cultura stessa, oltre la sua istituzione e i suoi dispositivi. Dunque per realizzare il salto di prospettiva che le avanguardie, scintilla di postmodernità, non riuscirono a compiere, a conservare e tanto meno a trasmettere al lavoro intellettuale di chi venne dopo di loro, eredi o restauratori che fossero. Di fatto si tratta di uscire dalla spirale estetica e ideologica tra umanesimo e antiumanesimo operata dalla “classe dei colti”. Dai proprietari della natura umana per diritto divino e poi sovranità dello StatoNazione e dei suoi apparati e contro-apparati.

Questo corposo intervento di Berardinelli su Sole24Ore – preceduto di qualche giorno da un articolo consimile uscito su “il foglio” – dice una serie di verità, come negarlo, ma su due punti mi pare che si debba sollevare dei seri dubbi. Il primo riguarda il fatto che il regredire dei lettori di libri non può essere imputato tanto ad una critica letteraria senza contenuto, senza effettiva capacità di valutazione, senza gerarchie, quanto piuttosto – e al contrario – ad una anemia intellettuale che lega, accomuna e confina l’espressione artistica degli autori, quanto la critica e quanto il pubblico dei lettori/spettatori, in una stessa irreversibile marginalità socio-antropologica. Ne demotiva le stesse proprie rispettive ragioni originarie. Le devia di nuovo là dove non possono più restare. Il mondo presente, con tutte le sue clamorose metamorfosi socio-antropologiche, attanaglia e soffoca un linguaggio narrativo/poetico – produzione dei testi, finish della critica e dei pubblici – che di fatto sta perdendo sempre più capacità di “comprensione” a fronte di una complessa pluralità di linguaggi sempre più lontana, sempre più difforme, dalla vita quotidiana che fece da riferimento ai principi sovrani delle etiche, estetiche e politiche della modernità. E’ quindi come se le energie votate a promuovere espedienti per rilanciare una tradizione ancora fondata su se stessa agissero da asfissia invece che rianimazione della vita umana.

Ne consegue il secondo punto, a mio avviso il più importante e grave. Riguarda il ricambio della vocazione dei professionisti. Consiste nel fatto che, se davvero si vuole riportare l’attività critica ad una sua dignità e rilevanza, bisogna mutare radicalmente il suo oggetto e quindi gettare via i suoi vecchi fini. Allora non è per la sua caduta epocale che ci si deve rammaricare, ma per l’assenza di una netta mutazione di campo dei suoi fondamenti teorici. E dei suoi effetti pratici. Sul tavolo anatomico non va messo quello che per Berardinelli – così ancora legato a discernere il “bello” dal “brutto” – risulta essere il “cattivo critico”, ma al contrario va messa proprio la reputazione professionale di quanti come lui ne hanno una tanto pur nobile nostalgia. Di coloro i quali, quanto più raffinati nel giudizio artistico, tanto più sono ormai fuori dal mondo.

Tra i commenti apparsi su FB a proposito dell’articolo di Berardinelli, c’è stato – non so quanto in tutta sintonia con me ma certamente significativo – un post di Luca Sossella: “credo che il dialogo con intelligenze vocazionali potenti come quella di Alfonso (non dico i suoi imitatori) sia necessario, anzi urgente. Quello che senza esitazione condivido del suo ragionamento è il desiderio nietzscheano di lavorare contro il tempo: è proprio perché non è più consentito tacere che bisogna tentare di parlare, balbettare però solo ciò che è stato già oltrepassato: e questo significa, paradosso, lasciare la chiacchiera, lasciare la letteratura. Nietzsche direbbe ‘mancanza di disciplina’. Ed entrare invece nell’«ordine del discorso». Attenzione, però: Luca Sossella è per vocazione un ottimo editore di libri. Siamo tutti, me compreso, esseri fragili e contraddittori.

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